Francesco tra spending review e riforma della Curia: tutte le novità e le fazioni contrapposte

27 gennaio 2015 ore 10:56, Americo Mascarucci
vescovi 1Papa Francesco lo ha detto a chiare lettere pochi giorni dopo il suo insediamento e non si stanca mai di ripeterlo ad ogni occasione utile: i vescovi non devono essere burocrati ma pastori, non devono guidare le diocesi come fossero centri di potere ma come greggi di pecore. Non sempre va detto i vescovi hanno dato testimonianza di autentico zelo pastorale, anzi molto spesso si sono atteggiati ad autorità, mostrando non soltanto una passione eccessiva per il lusso inteso come conservazione di determinati privilegi, ma una distanza quasi siderale con i fedeli, chiudendosi nel palazzo vescovile e mostrandosi inaccessibili alle persone, circondati da segretari bravi a filtrare ogni comunicazione. Una situazione che è decisamente cambiata già da diversi anni soprattutto da quando san Giovanni Paolo II iniziò a girare personalmente nelle diocesi d’Italia e del mondo. Secondo qualcuno Wojtyla con il suo continuo peregrinare da un confine all’altro della terra, con la sua costante ricerca del contatto con il popolo, con la sua eccessiva benevolenza verso i movimenti ecclesiali che con lui trovarono un grande sviluppo, avrebbe “umiliato” le chiese locali, quasi svalutando la figura dei vescovi. Un’accusa del tutto infondata, proprio perché fu l’attivismo di Giovanni Paolo II a cambiare il modo di agire e di operare dei vescovi. Fu proprio con lui che il vescovo smise di essere un’autorità lontana dalla gente per diventare invece il capo dei pastori con visite frequenti nelle parrocchie e aperture significative all’esterno. Si parla tanto di riforma della Curia, eppure il primo grande riformatore da questo punto di vista fu proprio Wojtyla che iniziò con il tagliare gran parte delle diocesi italiane, riducendo drasticamente i costi di mantenimento delle sedi e del personale che vi operava. Oggi Francesco sembra intenzionato a proseguire il lavoro riducendo all’osso le diocesi italiane, le più numerose del mondo. Ne dovrebbero sparire un’altra trentina, quelle con meno di 100mila abitanti, che saranno accorpate in quelle limitrofi più grandi. Una specifica commissione istituita dalla Conferenza episcopale italiana e presieduta dall’arcivescovo metropolita di Potenza Agostino Superbo ha già presentato una mappa delle varie diocesi presenti in Italia con il numero delle parrocchie attive, dei sacerdoti che vi operano e degli studenti iscritti ai seminari diocesani. La riduzione delle diocesi italiane nell’ottica di Francesco dovrebbe portare al potenziamento delle diocesi cosiddette di periferia in quei paesi dove, contrariamente dall’Italia, i vescovi sono pochi e c’è maggiore necessità di intensificare la presenza della Chiesa. Naturalmente le resistenze non mancano, soprattutto da parte di quel “partito italiano” che ha sempre egemonizzato la curia romana e che oggi si vede al contrario sempre più emarginato (basti vedere l’ultimo concistoro con due soli cardinali italiani). Gli italiani si sa, nell’ultimo conclave hanno puntato in maggioranza sull’arcivescovo di Milano Angelo Scola, così come è noto a tutti come l’elezione di Francesco sia avvenuta con il contributo determinante dei vescovi americani decisi proprio a ridurre al minimo la potenza e l’influenza dei cosiddetti curiali, molti italiani. Naturalmente il riordino delle diocesi è un altro fondamentale tassello di quella riforma della Curia considerata ormai in dirittura d’arrivo. La riforma prevede soprattutto la nascita di due super dicasteri, frutto degli accorpamenti degli attuali pontifici consigli che spariranno tutti, assorbiti dalla Congregazione di Giustizia e Pace e da Propaganda Fide. All'orizzonte ci sono pure importanti potenziamenti per il settore femminile, in particolare un ufficio ad hoc, che dovrebbe essere affidato a una donna e che si occuperà in particolare di problemi legati al femminicidio e alla presenza delle donne nella Chiesa. Il pontificio consiglio per la Famiglia attualmente guidato da monsignor Vincenzo Paglia sparirà e sarà sostituito da uno specifico ufficio affidato ad una coppia di sposi. Anche qui sono forti le opposizioni interne da parte degli attuali capi dicastero, contrari a questa “laicizzazione” della Curia. Ma anche questa apertura secondo Francesco dovrebbe simboleggiare quella “Chiesa in uscita” da lui tanto invocata. Una Chiesa che si apre all’esterno e che non ha paura di far entrare al proprio interno “il mondo” per meglio confrontarsi con i suoi problemi e le proprie esigenze. Per Francesco e per i suoi sostenitori questo altro non sarebbe che il pieno compimento del Concilio Vaticano II; per gli oppositori invece è il segno più evidente della debolezza della Chiesa, una Chiesa che sceglie di adattarsi al mondo, rinunciando al magistero e lasciandosi “convertire” dalla modernità. Se poi è vero che la Chiesa deve riscoprire la sua missione pastorale ed evangelizzatrice rinunciando a privilegi e potere, c’è chi sostiene che l’abolizione dei dicasteri e dei pontifici consigli rischierebbe di far perdere il contatto diretto con tante situazioni particolari, fino ad annullare l’orientamento della Chiesa nei singoli campi d’azione, ad iniziare dalla difesa dei temi etici. Insomma, il braccio di ferro è in corso e ora bisognerà vedere fino a che punto le resistenze, che a sentire i bene informati sarebbero tante e forti, riusciranno a frenare le spinte innovatrici di Bergoglio come avvenuto in parte nell’ultimo Sinodo straordinario sulla famiglia.
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