Effetto Rouhani, gli affari iraniani in Italia e quelli italiani in Iran

27 gennaio 2016 ore 12:56, Luca Lippi
Rouhani è in visita in Italia e neanche è partito che già è avvenuto il suo invito al nostro Presidente del Consiglio a volare in Iran. Così Matteo Renzi sarà il primo capo di governo europeo a visitare Teheran. Beh, diciamo che a “primati” il governo italiano non è secondo a nessuno, e comunque questo non fa che confermare una comunione di interessi che dura dai tempi di Marco Polo e non si è mai interrotta. Ma diciamo chi ha incontrato Rouhani finora: i vertici della Repubblica, quelli industriali e del mondo degli affari perché quella tra l'Italia e l'Iran è una lunga storia d'amore e di interesse, non si può dimenticare la fotografia di Enrico Mattei che campeggia ancora alle pareti della Nioc (la compagnia petrolifera Iraniana di stato). L’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di regolare la produzione di energia nucleare, ha annunciato che l’Iran ha rispettato gli impegni presi lo scorso 14 luglio con la firma dell’accordo sul nucleare con i paesi del cosiddetto “5+1?, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania. L’annuncio è stato dato da Federica Mogherini, e dal ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, durante una conferenza congiunta nella sede della AIEA, e confermato da John Kerry. Da questo momento (caduto il 16 gennaio scorso) le aziende italiane saranno in prima fila, come lo sono sempre state, anche se vivono un pò da sorvegliate speciali dei servizi americani e britannici che poco gradiscono questa relazione privilegiata. 

Effetto Rouhani, gli affari iraniani in Italia e quelli italiani in Iran
L'Italia in Iran ha un credito enorme. “Siete il Paese europeo per noi più importante” e ha ragione Hassan Rouhani a ricordarlo in ogni occasione perché da 50 anni le relazioni non hanno mai avuto battute d'arresto, neppure nei momenti peggiori. Ricordiamo che negli anni '80 le imprese italiane non hanno mai abbandonato l’Iran neanche sotto il fuoco iracheno, non sono rimasti solo per sostenere l’economia del Paese continuando a dare lavoro, ma hanno aiutato economicamente lo sforzo bellico dell'Iran: questa è una delle ragioni fondamentali che ha consentito importanti intese per l'Eni e le altre imprese italiane. L'Italia, alla fine degli anni 90, fu anche il primo paese europeo, dopo la “crisi degli ambasciatori”, a ristabilire contatti con gli ayatollah e a sostenere il tentativo riformista dell'ex presidente Mohamed Khatami. 
Furono gli stessi iraniani a spingere perché Roma, nel 2004, accettasse di entrare nel gruppo Cinque più Uno del negoziato nucleare. L'Italia declinò perché intendeva mantenere una posizione di “equidistanza” tra le parti (non voleva entrare in rotta di collisione con un partner commerciale importante e allo stesso tempo rischiare frizioni con Washington).
Pochi ricordano il ruolo di Giandomenico Picco (negoziatore per l'Onu) che ebbe un ruolo importante nel cessate il fuoco tra Iran e Iraq nell'88. 
E poi ci sono i rapporti amichevoli di Giulio Andreotti con i vari governi di Teheran che sono proseguiti anche dopo che il presidente era ormai fuori dall’agone politico. È per questi antichi legami che l'Italia ha scambiato informazioni con l'Iran e gli Hezbollah libanesi vitali per la nostra presenza militare in Afghanistan e nel Sud del Libano. Teheran è una delle porte del Medio Oriente dove entriamo accolti da protagonisti e da oggi quelle porte mai chiuse si spalancano definitivamente, non escludiamo qualche bocca storta in Europa, ma è questa la sovranità che non dobbiamo mai perdere e in questo non possiamo che affidarci al buon senso del governo italiano, a tele proposito ha fatto bene  Paolo Gentiloni a recarsi in visita a marzo, è questa la strategia giusta, quella di far sentire il fiato sul collo ai concorrenti europei, in affari non ci sono amici se non chi favorisce reciproche opportunità, cosa che l’Europa fino ad ora nei nostri confronti non ha fatto.

Ma chi è Hassan Rouhani? Un musulmano sciita che ha compiuto i suoi studi teologici a Qom, un rivoluzionario della prima ora (accompagnò l’imam Khomeini in esilio in Francia nel 1978)  ma anche un signore con un dottorato in giurisprudenza ottenuto a Glasgow, che parla diverse lingue, un esponente di primo piano di quella classe dirigente e di combattenti, allora molto giovane, che hanno guidato l’Iran quando fu attaccato di sorpresa negli anni 80 dall’Iraq di Saddam Hussein, un politico che ha attraversato tutte le ribollenti fasi della scena iraniana e che già nel 2003, sotto la presidenza di Mohammed Khatami, aveva avanzato concrete proposte agli Stati Uniti per un accordo. È un conservatore moderato che ha il sostegno dei riformisti e soprattutto quello della Guida suprema Ali Khamenei, ultima istanza e ago della bilancia del potere nella Repubblica islamica. Mente piuttosto illuminata, giusto per guidare una popolazione per il 50% composta di trentenni. Il 60% dei laureati sono donne, una percentuale non riscontrabile da nessuna parte della regione; la fine di gran parte delle sanzioni solleva grandi attese non solo per gli affari, ma anche per le aspettative culturali di un popolo che ha 2.500 anni di storia, e l’Italia è il giusto partner commerciale. Le potenzialità sono enormi: è il secondo Paese al mondo per le riserve di gas, il quarto per quelle di petrolio, possiede un apparato industriale che produce la maggior parte delle auto del Medio Oriente, è il più importante produttore di acciaio e vanta un settore tecnologico tra i più avanzati della regione che senza sanzioni è pronto a fare il salto, e mentre il resto d’Europa è ventre a terra per chiedere di entrare in affari noi siamo ritti da sempre. Con l’Iran si possono fare affari in una zona del pianeta dove troppi fanno affari solo con le guerre. 

autore / Luca Lippi
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