Je suis catholique. Ma la Chiesa che fa?

27 luglio 2016 ore 11:46, Fabio Torriero
Sangue in Normandia. Padre Jacques Hamel sgozzato perché non ha voluto inginocchiarsi. Il terrorismo islamista ha alzato il tiro. 
Più il sedicente Stato islamico perderà i pezzi, più i lupi solitari, interni o esterni, doc o eterodiretti, si sparpaglieranno per l’Europa, seminando morte e terrore.

I luoghi scelti dai terroristi sono emblematici (la loro decodifica è importante): prima i posti del divertimento, dalla movida ai centri commerciali, dai ristoranti ai locali dove si ascolta musica, agli stadi; giudicati simbolo del degrado e della corruzione morale, consumistica e materialistica dell’Occidente; ora le Chiese, simbolo come Roma, della cristianità. Ossia, di quei valori profondi, non negoziabili, che fondano le nostre radici storiche e spirituali.
Ed è altrettanto sintomatico che il liberale Corriere della Sera scopra (articolo di Aldo Cazzullo), dopo il barbarico omicidio di Saint-Etienne, da parte di giovani, uno minorenne, l’altro addirittura col braccialetto elettronico (tanto per far capire quanto funzioni la giustizia francese), che il cattolicesimo è “l’altro pilastro della nazione” (l’altro è la laicità repubblicana post-rivoluzione francese), ricordando la venerazione dei transalpini per Giovanna d’Arco.
Ma Cazzullo subito corregge: “Per i francesi il cattolicesimo è l’infanzia della nazione”. Ovviamente la Repubblica laica (e giacobina) è la maturità. Attenzione, quindi, agli abbracci del laicismo. Nascondono sempre un’altra verità. Entrano e svuotano.
E, a proposito di verità, come sta reagendo la Chiesa?

Cascioli , direttore della Bussola, ha giustamente tuonato contro i pastori del dialogo senza se e senza ma, i "soloni" dell’ecclesialmente corretto, che si impegnano solo ad aggiustare il mondo, dimenticando il messaggio e la testimonianza di Cristo; e rivalutando l’insegnamento, a proposito di rapporto con l’Islam, del cardinale Biffi: “C’è immigrazione compatibile e incompatibile, e l’Islam è una religione a vocazione egemonica”.
Socci denuncia il silenzio di papa Francesco e le poche parole di circostanza affidate al portavoce uscente, padre Lombardi.
I “dialoganti” vescovi, come Galantino e Mogavero, si impegnano a sostenere il primato del perdono, ribadendo il no alle chiusure e alle vendette e alla logica dell’istinto. Mogavero ad Agorà, è sembrato più preoccupato a criticare i cattolici talebani, che i soldati dell’Isis.

Il vulnus è proprio questo: nessuno vuole fare una guerra santa contro l’Islam (chi uccide, semmai, è il figlio del nostro nichilismo e di politiche folli di integrazione basate sulla mistica buonista dell’accoglienza), e la narrazione di una cristianità armata (magari vessillo e pretesto di altri conflitti, ad esempio, la nuova guerra fredda tra Putin e Obama), va respinta al mittente. Chi scrive pensa, al contrario, che il pericolo sia il laicismo ateo, non le identità religiose.
Ma la cristianità decaffeinata no: l’astrazione mistica è un errore.
L’anima dell’Europa (il cristianesimo) non può rinunciare al proprio ruolo: essere il cuore della reazione morale alla violenza, essere il centro, il nuovo collante del Continente, da rievangelizzare.
Bisogna ripartire dal discorso di Ratisbona di papa Benedetto, senza se e senza ma. 
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