Scuola, a Bologna tra A e B ha vinto la C: il tafazzismo di sinistra. Referendum flop

27 maggio 2013 ore 13:23, Domenico Naso
Scuola, a Bologna tra A e B ha vinto la C: il tafazzismo di sinistra. Referendum flop
Ha vinto la scuola pubblica. Anzi no. A poche ore dagli scrutini dei voti per il referendum consultivo di Bologna sui finanziamenti alle scuole paritarie, i promotori e i contrari all’abolizione possono legittimamente cantare vittoria, ognuno dal suo punto di vista. Il dato oggettivo è infatti duplice: ha vinto l’opzione A (cioè l’abolizione dei finanziamenti) con il 59%. Ma l’affluenza, dato altrettanto incontestabile, è stata bassissima: solo il 28,71% degli aventi diritto si è recato ai seggi.
Buonissima partecipazione, dice il comitato promotore del referendum, ma 50mila voti a favore del referendum non si possono certo definire un plebiscito. La vittima principale della consultazione è, ancora una volta, il Partito democratico. Il centrosinistra si è spaccato clamorosamente, con il Pd molto tiepido che oggi parla di “vittoria di una minoranza” e sottolinea il disinteresse dei cittadini nei confronti di un quesito posto male. Romano Prodi, padre del Pd e bolognese doc, ha votato B, cioè per il mantenimento dei finanziamenti comunali alle scuole paritarie, così come gran parte dei democrat, oltre a tutto il centrodestra e alla Cisl. Per l’opzione A, invece, si erano schierati Movimento 5 Stelle, Sel e movimenti di varia natura. Essendo un referendum consultivo, il sindaco democratico Merola non è obbligato a tenere conto del risultato. Libertà di azione che aumenta con un’affluenza così bassa che ha scongiurato il “rischio” del plebliscito. I promotori chiedono al primo cittadino di rispettare la volontà degli elettori, ma questo genere di argomentazioni rischia di diventare un boomerang: il 70% degli aventi diritto non si è recato alle urne. E forse si dovrà tener conto anche di questo dato importante. Ennesimo psicodramma del centrosinistra italiano, in una terra che è rossa da sempre, il referendum ha spaccato in due la sinistra bolognese: Prodi ha votato B, Guccini A; padre Benito Fusco A, monsignor Giovanni Silvagni B; Carlo Flamigni, ex presidente del consiglio comunale, ha scelto la A, mentre Luigi Pedrazzi la B; Adriana Lodi, assessore all’epoca della giunta Dozza, ha votato A, mentre Giancarla Codrignani, già parlamentare indipendente di sinistra, ha scelto la B. Persino la Cgil ha dovuto fare i conti con divisioni interne impensabili alla vigilia: per la A la Fiom di Landini, per la B Bruno Pizzica, della segreteria regionale dello Spi. E Susanna Camusso non ha voluto mettere bocca in un quadro già di per sé confuso e frastagliato. E il Pd? Il solito partito balcanizzato, con due ex segretari locali di Ds che hanno compiuto scelte opposte (Mauroo Zani A, Andrea De Maria B). Probabilmente le norme sul finanziamento alle scuole paritarie bolognesi non cambieranno, ma qualcosa è cambiato comunque, nella sinistra locale. Fratelli coltelli che confermano il momento delicatissimo per il Partito democratico. Persino in una roccaforte solidissima come Bologna.
autore / Domenico Naso
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