Papa Francesco ama Manzoni. Ecco perchè

27 marzo 2013 ore 12:05, intelligo
Papa Francesco ama Manzoni. Ecco perchè
di Americo Mascarucci Non sono pochi i liceali che hanno odiato quel romanzo imposto dai programmi scolastici, considerato giustamente patrimonio della letteratura italiana. Stiamo parlando de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, oggi rivalutato anche grazie a Papa Francesco che lo ha inserito nell’elenco delle opere preferite. Il Manzoni del resto, proprio nel suo romanzo più importante e più letto, già aveva delineato i diversi volti della Chiesa, sia quelli positivi che negativi. C’è infatti don Abbondio che rappresenta il lato debole e vigliacco, ossequiante e compiacente con il potente di turno, alla ricerca dell’appoggio e dei favori del don Rodrigo della situazione. “Se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare” dichiara con candore il curato manzoniano; e quanti don Abbondio ancora oggi si incontrano al mondo? Inutile fare esempi, l’elenco sarebbe troppo lungo. C’è poi la Chiesa di Fra Cristoforo (che non a caso è un frate francescano) vicina agli ultimi, pronta a sfidare qualsiasi potere, simbolo della Chiesa che combatte le ingiustizie, le sopraffazioni, che agisce esclusivamente al servizio del Vangelo. La Chiesa che non ha paura e che non si piega di fronte a niente e a nessuno. E poi c’è la Chiesa della redenzione, la Chiesa di Federico Borromeo che vince il male, salva l’uomo dal peccato, lo libera dal maligno riconducendolo a Dio. La redenzione dell’Innominato, che grazie all’incontro con il Borromeo comprende che il perdono del Signore è per tutti, anche per un uomo abietto come lui, è l’esempio più evidente dell’amore del padre per tutti i suoi figli. Nulla è impossibile a Dio, nemmeno la conversione di un autentico demonio, che dopo aver compiuto efferati delitti sente il sangue delle sue molte vittime riversarsi contro di lui, risvegliando una coscienza fino a quel momento resa sorda dall’odio e dalla violenza. Manzoni attraverso il personaggio di don Abbondio ridicolizza e condanna  la parte marcia della Chiesa. I duri rimproveri del Borromeo all’indirizzo del parroco fifone, suonano come un monito di Cristo alla sua Chiesa, quella Chiesa che ha perso la fede ed il coraggio della testimonianza e si è adattata a convivere con il male nelle sue varie e diverse forme. Fra Cristoforo muore di peste per aver prestato fino all’ultimo la sua opera evangelica nei lazzaretti fra gli ammalati mettendo a repentaglio la propria vita, ma la sua morte non è una sconfitta, è il trionfo dell’umiltà francescana, il coronamento di un’esistenza spesa al servizio degli altri. E’ il trionfo della santità. Un pastore come Francesco non può non cogliere nell’opera del Manzoni la volontà di esaltare la vera Chiesa, la Chiesa che sull’esempio di San Francesco è vicina ai poveri, ammansisce “i lupi”, non condanna i peccatori ma riconduce l’uomo a Cristo con il perdono, la misericordia e l’amore del padre. “Non dobbiamo condannare il peccatore ma il peccato” ricordava Giovanni XIII e anche in questo c’era sicuramente un richiamo all’opera manzoniana, all’Innominato, al Borromeo. E’ questa la Chiesa che serve oggi nel mondo, la Chiesa di Fra Cristoforo, la Chiesa di Papa Francesco. Americo Mascarucci
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