Maccari e Bilenchi, i selvaggi di Colle

27 marzo 2014, Gianfranco Librandi
di Gianfranco Librandi
Maccari e Bilenchi, i selvaggi di Colle
Mino Maccari e Romano Bilenchi erano non solo toscani, ma colligiani, e cioè di Colle Val d’Elsa, in quel di Siena (a dire il vero Maccari era nato proprio a Siena, ma poi fu a Colle che, come vedremo, “partorì” il suo più bel figliolo…), il che significa Toscana doc, benedetta da Dio e amorosamente maledetta da Malaparte (alias Kurt Suckert, tedescaccio antidesco e arcitaliano nato a Prato).
Mino Maccari e Romano Bilenchi non solo erano toscani e colligiani ma anche neri e selvaggi, non nel senso del “diversamente bianco” e “maleducato”, ma perché nel 1924, lo squadrista Mino inventò “Il Selvaggio”, l’organo ufficiale di Strapaese, nonché una delle più impertinenti e scanzonate riviste degli anni fascio-ruggenti. Mentre Romano, che tra il 1931 e il 1933 scrisse due libri strapaesani e cioè “Vita di Pisto” e  “Storia dei socialisti di Colle”, di quel fogliaccio fu una fu uno dei collaboratori più assidui. Dunque, Mino e Romano sapevano che l’Italia è bella non solo perché è una e indivisibile, ma perché è varia, e coè è fatta di regioni, di province, di comuni, di contrade ecc. Ed è per questo che ogni pezzettino della Penisola è un tesoretto di identità, magari gelose, magari anche rabbiose, ma tutte da custodire e da valorizzare. Ragion per cui dialetti, vernacoli, parlate sono contrassegni identitari da rispettare religiosamente. A partire da Colle, ovviamente. Ed allora è alla santa e stramaledetta memoria di Mino e Romano che va dedicato un prezioso libretto pubblicato dalla Sarnus di Antonio Pagliai, editore in Firenze, e cioè “Glossari e glossarietti del Vernacolo di Colle Val d’Elsa” (a cura di Olimpio Musso, pp.182, euro 18).  “Itala gente dalle molte vite”, per dirla con il versiliese Carducci; itala gente che ti imbastardisci parlando un anglo-americano “de noantri” e ti scordi delle tue radici; itala gente dimentica mode e modi albionici e yankee, e (re)impara la tua multiforme lingua. A partire, perché no?, dal vernacolo di Colle (ma il livornesi che hanno inventato lo smoderatissimo Vernacoliere” non si ingelosiranno?). Ragazzi, c’è da scoprire un sacco di cose. E le “sezioni” del “Glossario” son più d’una. Ma noi ci limitiamo a scegliere in quella “dalla A alla Zeta”. Pescando a caso. Dunque un “aggeggio” è  una persona furba e scaltra”; “bada lì” significa: “che vuoi che sia! Figuriamoci!”; se vi scappa la “cacaiola” vuol dire che qualcosa vi ha spaventato, sconquassandovi stomaco e intestino; “duralla!” è un augurio ironico con il quale si dubita che una persona possa continuare a stare come sta (vedi un vecchietto dall’aria “giovanile”? Se vuoi “gufare”, digli: “Duralla!”);  “essere del gatto” significa “essere spacciati”; se il tempo “fa culaia”, cambia in peggio; il “godìo” è un grande godimento (non approfondiamo…); l’”imbervito” è una persona molto arrabbiata; la “labbrata” è un manrovescio dato sulla bocca; “manfano” è un tipo maldestro; “oimmena!” significa “povera me!”; se, mangiando, qualcosa ti fa “pillone”, vuol dire che non riesci a mandarla giù; il “quadrinaio” è chi ci ha tanti soldi come Silvio; lo stomaco “ruglia” quando è vuoto; se si ha una bella parlantina come il Rottam’Attore (così  Dagospia ha ribattezzato Renzi), possiamo andar fieri del nostro “sciringuagnolo”; “tegame” è una donna di facili costumi (lo dicono anche a Livorno…); al posto di “brutto, sporco e cattivo” si può dire “unto, bisunto e lordo”; la “villa del lucertolaio” è il cimitero; lo “zipeppe” è il caro, vecchio vaso da notte. Chissà se lo usavano anche i livornesi…
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