Moro-Br-servizi deviati, Manca: “Mai seguita la pista fiorentina. Commissione d’inchiesta per arrivare in alto…”

27 marzo 2014 ore 13:07, Lucia Bigozzi
Moro-Br-servizi deviati, Manca: “Mai seguita la pista fiorentina. Commissione d’inchiesta per arrivare in alto…”
“Le Br non avrebbero mai accettato il compromesso storico”. E la moto di via Fani…”
Gli anni di Piombo, gli anni del sequestro Moro. Una pagina non chiusa della storia repubblicana sulla quale aleggiano ancora ombre, sospetti, rivelazioni che spuntano fuori trent’anni dopo e sollevano nuovi interrogativi. Dove sta la verità? E soprattutto: esiste veramente un terzo livello nel sequestro e nell’omicidio dello statista Dc? Ci fu veramente un collegamento tra servizi deviati e vertici delle Br. Il generale Vincenzo Manca rimette in fila i documenti perché è dai dati certi che si deve ripartire: e gli atti sono quelli della Commissione parlamentare Stragi della quale fu vicepresidente lavorando per anni con il senatore Giovanni Pellegrino che dell’organismo parlamentare fu presidente. Analisi, testimonianze, sono il terreno sul quale si muove il racconto di Manca nel libro “Moro, un profeta disarmato” (edito da Koinè). Nella conversazione con Intelligonews, l’ex senatore ripercorre un pezzo di quegli anni analizzando non solo il contesto storico-politico e il dramma del rapimento, ma indagando anche sulle possibili connivenze tra pezzi deviati dello Stato e terroristi. Con un filo rosso che collega Roma a Firenze. Senatore Manca perché definisce Moro un “profeta disarmato”? «Nel mio libro non ho voluto mettere a fuoco solo la questione del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, ma approfondire la figura dello statista. Sviluppo argomentazioni che dimostrano come Moro sia stato un grande statista e un grande profeta rispetto alla situazione del paese e il suo divenire. L’ho definito ‘disarmato’ perché con il rapimento e la tragica morte, sono state tolte a lui e al paese le possibili armi per evitare conseguenze gravi. Metto al centro della mia attenzione l’Italia di quegli anni, tanto è vero che un capitolo del mio libro è dedicato al ‘caso Italia’ ». Da vicepresidente della Commissione parlamentare Stragi che idea si è fatto del caso Moro? «Quando sono stato eletto senatore ero appena andato in pensione come Generale di Squadra Aerea. Mi colpì l’articolo di un giornale che in occasione del ventesimo anniversario della morte di Moro, riportava le parole dell’allora presidente della Repubblica Scalfaro il quale disse che erano stati scoperti gli esecutori materiali del rapimento e dell’esecuzione dello statista ma non le ‘alte’ intelligenze. Decisi di telefonare all’Ansa e dissi che se Scalfaro affermava questo pubblicamente, avrebbe dovuto venire a dire le ragioni di quanto sosteneva in Commissione Stragi. La mia proposta destò un certo scalpore e fui anche redarguito, però successivamente decidemmo come Commissione di realizzare una sorta di ‘audizione’ al Quirinale». Cosa emerse? «Scalfaro giustificò la sua affermazione sostenendo che il modo in cui si erano sviluppati i giorni della prigionia, le lettere di Moro e le domande dei suoi carcerieri alle quali doveva rispondere, facevano prefigurare la presenza di persone intellettualmente superiori a Moretti e ai suoi compagni. Questa nostra iniziativa ebbe il merito storico di dedicare quasi una sessione completa della Commissione all’approfondimento». Con quali risultati? «Ci fu una seria lunghissima di audizioni che ci consentirono di formarci le nostre idee e poi vi fu una relazione finale della Commissione. Ma la cosa interessante è che il  lavoro fatto insieme al presidente della Commissione Giovanni Pellegrino, permise di ascoltare due magistrati che all’epoca dei fatti lavoravano a Firenze: le notizie che ci trasmisero, mai uscite in alcuni dei cinque processi del caso Moro, furono su collegamenti tra il comitato rivoluzionario toscano delle Br e il rapimento e l’esecuzione dello statista pugliese». Che fine fecero quelle rivelazioni? «Chiesi al presidente Pellegrino e lui ne convenne, di inviare il tutto alla magistratura per i dovuti approfondimenti. Inviammo un elaborato all’allora procuratore della Repubblica in cui si faceva la sintesi di quanto appurato nelle nostre audizioni. Poi la Commissione venne sciolta e non fu più ricostituita. Nel 2007 dopo aver letto un articolo sul Corriere della Sera nel quale Pellegrino disse che l’indagine era stata chiusa, qualcuno pensò che questa chiusura fosse legata al nostro elaborato e a quel punto non mi fermai». E cosa fece? «Su suggerimento di un ex presidente della Corte Costituzionale e dell’allora presidente della Corte di Appello di Roma inviai una lettera alla magistratura di Roma per chiedere di sapere le ragioni per le quali l’indagine era stata chiusa ma la mia richiesta non ebbe ascolto». Sta dicendo che i nomi dei presunti mandanti del sequestro Moro erano noti? «Ci sono le testimonianze agli atti del lavoro della Commissione di un alto funzionario della polizia che alle dichiarazioni dei due magistrati che avevamo già sentito, aggiunse il particolare del collegamento tra il vertice toscano delle Br e una parte deviata dei servizi. Alla luce di tutto ciò e per approfondire ulteriormente gli elementi emersi nel corso degli anni, oggi ritengo necessaria l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta - come peraltro sta maturando in questi giorni in Parlamento -  per rimettere ordine nel materiale acquisito e  per ristabilire l’ordine esatto delle cose per sciogliere definitivamente tutti gli interrogativi ancora aperti. Serve una commissione bicamerale il cui obiettivo primario sia quello di un lavoro di accertamento nell’interesse esclusivo del paese, senza condizionamenti politici di parte». Perché le rivelazioni dell’ex agente dei servizi sono uscite proprio adesso con il particolare della moto che avrebbe affiancato
Moro-Br-servizi deviati, Manca: “Mai seguita la pista fiorentina. Commissione d’inchiesta per arrivare in alto…”
l’operazione dei brigatisti?
«Si è sempre parlato di una moto ma non si è mai saputo a bordo chi c’era. Qualcuno aveva già parlato di uomini dei servizi deviati ma questo aspetto non è mai stato accertato. Resta il fatto che in base alle recenti dichiarazioni e riprendendo il lavoro della Commissione Stragi, è opportuno fare piena luce sui quegli anni e su quanto accaduto». Ma Moretti non ha mai parlato delle “menti”. Perché? «Alcuni pentiti hanno detto: perché non chiedete a Moretti chi era l’anfitrione di Firenze? Ma Moretti non ha mai rivelato nulla, ha fatto solo un accenno». Moro ebbe l’intuizione politica del compromesso storico con il Pci. Ma fu anche la sua condanna a morte? «La certezza matematica non c’è. Secondo me quando le Br hanno rapito Moro a un certo punto la situazione  è sfuggita loro di mano e sono cominciati i dissidi interni, i conflitti, su come gestire il prigioniero. Quanto al compromesso storico, si può ritenere che le Br vedessero nell’intuizione politica di Moro un pericolo da scongiurare. Le Br non avrebbero mai accettato l’idea di un patto politico tra Pci e Dc perché questo avrebbe indebolito la parte più radicale dell’ideologia comunista».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]