Caso Shalabayeva, fu sequestro di persona? Lei: "Ho fiducia nella Giustizia italiana"

27 novembre 2015 ore 14:39, Americo Mascarucci
Caso Shalabayeva, fu sequestro di persona? Lei: 'Ho fiducia nella Giustizia italiana'
"Ho fiducia nella giustizia italiana e sono grata alla procura di Perugia per aver svolto un'indagine seria e autonoma". 
E' quanto dichiarato da Alma Shalabayeva all'Adnkronos tramite il suo legale Alessio Di Amato. 
Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu espulsa dall'Italia nel 2013 e divenne protagonista suo malgrado di una lunga contesa politico-diplomatica. 
Le dichiarazioni arrivano in seguito alla notizia dell'inchiesta per sequestro di persona avviata dalla Procura di Perugia  che vede coinvolti il capo dello Sco (Servizio centrale operativo della Polizia) Renato Cortese, il questore di Rimini Maurizio Improta, cinque poliziotti e il giudice di pace Stefania Lavore.
Alma Shalabayeva fu prelevata nella villa di Casal Palocco a Roma ed espulsa insieme alla figlia di sei anni dopo un passaggio nel Centro di identificazione e di espulsione (CIE) di Ponte Galeria. 
A luglio 2013, in seguito alle polemiche scoppiate per le modalità dell’operazione e per il fatto che l'Italia avesse compiaciuto il dittatore del Kazakistan consegnandogli la moglie e la figlia del principale oppositore politico fuggito all'estero e ricercato, offrendo al dittatore stesso un'arma di ricatto per obbligare il marito a rientrare e farsi arrestare, si era dimesso il capo di gabinetto del ministero dell’Interno, Giuseppe Procaccini, che aveva lasciato il suo incarico per "senso di responsabilità"dopo essere stato indicato come colui che aveva incontrato l’ambasciatore kazako Andrin Yelemessov per concordare l'operazione. Procaccini ha sempre difeso il ministro Angelino Alfano per il quale le opposizioni, ma anche la minoranza Dem, avevano chiesto le dimissioni sostenendo che non "fosse mai stato informato della questione". 

Il 30 luglio 2014 la Cassazione, accogliendo il ricorso della Shalabayeva contro il decreto di espulsione del giudice di Pace di Roma del 31 maggio 2013, aveva stabilito che la donna non doveva essere espulsa dall’Italia e che il provvedimento di rimpatrio era viziato da “manifesta illegittimità originaria”. Le autorità italiane a detta dei giudici della Suprema Corte, avevano infatti agito troppo in fretta, forzando le procedure in maniera illegittima e rendendo impossibile per la donna ogni possibile azione difensiva. Shalabayeva inoltre era stata espulsa sulla base di un passaporto della Repubblica Centraficana ritenuto falso e che invece i giudici della Cassazione hanno accertato essere perfettamente regolare. 
A dicembre 2013, la Shalabayeva è tornata in Italia con la figlioletta Alua e ad aprile scorso ha ottenuto l’asilo politico valido cinque anni.
Adesso le persone che a vario titolo hanno gestito l'operazione che ha portato alla sua espulsione ne dovranno rispondere davanti alla magistratura. L'inchiesta è coordinata dalla Procura di Perugia competente per territorio ad indagare sui magistrati della Capitale.   


      

      
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]