Riforme a deficit, facciamo i conti in tasca a Renzi

27 settembre 2015, Luca Lippi
Il governo ha aumentato le stime di crescita del Pil per il 2015 e il 2016, nello stesso tempo ha badato a rialzare gli obiettivi di rapporto tra deficit e Pil, in questo modo si rinvia il pareggio strutturale di bilancio. 

Cominciamo col dire che se la strada da seguire era quella di “mettere in bisaccia” i risultati ottenuti con i provvedimenti del governo Monti, che aveva spinto il rapporto deficit Pil sotto il 3% imposto dal patto di stabilità e crescita, finalizzando le “rivenienze” attive a ridurre il debito Pubblico, il governo attuale rischia e molto, fidandosi delle stime di crescita e andando, quindi, a “spendere” il tesoretto necessario alla stabilizzazione del Debito. E se le stime fossero errate?

Matteo Renzi ha detto: “Vogliamo abbassare il debito, pensiamo sia giusto verso i nostri figli e nipoti, il debito ci preoccupa. Tuttavia lo facciamo con una manovra espansiva e non di rigore”.

Bene, allora facciamo due conti! Il governo prevede che il rapporto Debito/Pil quest’anno si attesti al 132,8 per cento (in rialzo dello 0,3 per cento rispetto alla stima del Def di aprile) e al 131,4% del 2016 (doveva essere al 130,9% secondo le stime di aprile). In buona sostanza l’economia dovrebbe crescere 0,2% in più rispetto alle stime di aprile sia per quest’anno che per il prossimo, tuttavia prevede una contrazione del rapporto deficit/Pil seppure lieve. In realtà il rapporto deficit/Pil deve abbassarsi più possibile e deve essere la priorità. 

Per essere più chiari, bisogna prima di tutto (come formiche) cercare di mettere da parte più possibile per ripianare i debiti e ridurre drasticamente il pagamento degli interessi; se contestualmente si riesce a fare qualche riforma è un dovere del governo, lo è meno utilizzare il salvadanaio preposto al raggiungimento di uno scopo specifico per finanziare riforme che dovrebbero recuperare risorse in altro modo.

Gli anni scorsi la revisione al rialzo delle stime di deficit e debito erano giustificate dal fatto che le stime di crescita del Pil finivano con il rivelarsi, a distanza di un semestre, troppo ottimistiche. Questa volta, al contrario, il governo ha aumentato le stime di crescita del Pil alzando anche gli obiettivi di deficit e debito rispetto a un semestre fa (in pratica rompendo il salvadanaio).

A parte che le stime di crescita del Pil per il 2016 sono assolutamente fantasiose, sperabili o augurabili (fate voi) ma senza alcun supporto consolidabile; nel caso specifico, la flessibilità non è altro che l’aumento del deficit giacché il non aumento delle tasse deve essere finanziato perché null’altro sostituisce il mancato introito!

A pensare bene, le circostanze eccezionali di cui stiamo godendo negli ultimi mesi (petrolio basso e lieve ripresa dei dati macro) non dureranno in eterno e quindi la compressione del costo del debito non può essere “perpetua”, spostare sempre più avanti i tagli di spesa (la spending review è sempre più una chimera) e le dismissioni di patrimonio, fanno emergere una visione miope.

Nessuna (reale) riduzione di tasse potrà essere strutturale in queste condizioni, anche se la Commissione europea deciderà "politicamente" di concedere un supplemento della tanto richiesta “flessibilità”.

Non s’intravede nessuna azione concreta che segnali la preoccupazione di ridurre il debito. Alla “salute” di figli e nipoti.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]