Francia, burkini passa al Consiglio di Stato: buon costume o discriminazione?

28 agosto 2016 ore 10:54, intelligo
di Luciana Palmacci 

Il Consiglio di Stato francese deciderà oggi se sospendere il provvedimento in discussione, emesso dall’amministrazione di Villeneuve-Loubet sul divieto di indossare il burkini in spiaggia, il costume integrale, utilizzato delle donne musulmane. Tre giudici del più alto organo giuridico francese in materia amministrativa devono decidere se è legittimo il divieto di portare il burkini in spiaggia, imposto da alcuni sindaci, tra cui quello di Nizza. La sentenza finale avrà però valore per tutti i comuni che hanno introdotto il divieto, non solo per Nizza e Cannes dove alcune donne sono state multate perché indossavano il velo. 
Il problema sorge dall'ordinanza del piccolo comune delle Alpes-Maritimes che impone sulle spiagge “una tenuta rispettosa del buon costume e della laicità”. Potrebbe quindi essere estesa anche ad altre forme di abbigliamento dettato da norme religiose. Per questo motivo la questione burkini continua a dividere la Francia, dove si fa sempre più complicata e delicata. Secondo il tribunale di Nizza, il divieto è "necessario, appropriato e proporzionato" per prevenire disordini pubblici dopo la tragica serie di attentati terroristici in Francia, a partire da quello sul lungomare di Nizza la sera del 14 luglio. Il burkini sarebbe passibile di offendere le convinzioni o le non convinzioni di altri utenti della spiaggia e quindi percepito come una sfida o una provocazione in grado di esacerbare le tensioni. Secondo la Lega per i diritti umani, invece, il divieto è discriminatorio, un grave e illecito attacco contro diversi diritti fondamentali, inclusa la libertà di religione. 

Francia, burkini passa al Consiglio di Stato: buon costume o discriminazione?
Alla fine il risultato potrebbe essere paradossale: le singole amministrazioni comunali potrebbero vietare un comportamento che a livello nazionale è, con qualche limite, ammesso. Da un punto di vista strettamente giuridico la Costituzione francese impone, nel suo articolo uno, la laicità, ma della Repubblica: quindi, secondo uno studio dello stesso Consiglio di Stato sul divieto di portare il velo integrale, questo si applica alle istituzioni pubbliche o, comunque, in relazione a esigenze dei servizi pubblici. La Convenzione europea sui diritti dell’uomo riconosce il diritto di espressione religiosa; ma è normale che le istituzioni pubbliche regolamentino, come riconosce il Consiglio di Stato, manifestazioni religiose come l’uso delle campane o le processioni. Così è stato ritenuto legittimo, in Francia come altrove, l’obbligo di sottoporsi a trasfusioni di sangue per i testimoni di Geova (sui minori, per esempio) o l’obbligo di consegnare fotografie con il capo scoperto per ottenere i documenti di identità.  
Il punto della vicenda è quindi se il costume intero indossato in spiaggia violi diritti o interessi pubblici prevalenti.Dovrei vietare sulle spiagge quello che permetto sull’asfalto?” ha argomentato in un’intervista a Libération Jean Leonetti, il sindaco repubblicano di Antibes, che si è rifiutato di seguire i suoi colleghi. Sulla questione si è persino diviso il Governo in carica, di centrosinistra. Il primo ministro Manuel Valls ha ribadito la sua posizione, favorevole ai divieti: “I provvedimenti non sono frutto di una deriva. Questa è una cattiva interpretazione delle cose. I divieti sono stati presi in nome dell’ordine pubblico”. Valls è anche andato oltre: “Dobbiamo condurre una lotta determinata contro l’Islam radicale, contro questi simboli religiosi che si stanno diffondendo negli spazi pubblici”. Diversa l’opinione del ministro dell’Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, nata in Marocco: “Penso che la proliferazione di questi provvedimenti non sia benvenuta”, ha detto precisando di essere contraria, in quanto donna e progressista, al burkini: “Fino a che punto ci si può spingere nel valutare se un abbigliamento è conforme al buon costume?” 
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