A volte ritornano... De Mita e i democristiani

28 aprile 2014 ore 9:58, Americo Mascarucci
A volte ritornano... De Mita e i democristiani
Nell’ottobre del 2006 fui inviato come cronista ad Orvieto a seguire un seminario costitutivo del non ancora nato Partito democratico.
C’erano l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ed i vari big di Ds, Margherita e partiti costituenti, che sfilavano davanti ai giornalisti assiepati in massa all’esterno del Palazzo del Popolo. Arrivarono Massimo d’Alema, Walter Veltroni, Francesco Rutelli, Arturo Parisi, Dario Franceschini, Giuseppe Fioroni, Sergio Chiamparino, Rosy Bindi, Piero Fassino ecc. I giornalisti si fiondarono su di loro alla ricerca di una dichiarazione pro o contro la nascita del nuovo soggetto politico unitario, che soprattutto nei Ds piaceva a pochi.. Ad un certo punto da lontano spuntò un uomo che, senza scorta né assistenti, si avviava verso l’ingresso. Nessuno si accorse di lui, quasi fosse un semplice passante, uno capitato lì per caso e immeritevole della minima considerazione. Quell’uomo era Ciriaco De Mita potente leader della Democrazia Cristiana negli anni ottanta, già segretario nazionale della Balena Bianca, già presidente del Consiglio, insomma non proprio un signor nessuno. Eppure nessun giornalista sembrò interessato a carpire una sua dichiarazione, un suo pensiero. Passò davanti a cronisti, cameraman, operatori radio televisivi e della carta stampata e non ottenne neanche un cenno di saluto. Ora si apprende che De Mita alla rispettabilissima età di 86 anni vuole diventare sindaco del suo Comune, Nusco, da dove ha mosso i primi passi in politica. Della vecchia generazione di politici ex Dc che hanno segnato la prima repubblica è rimasto uno dei pochi sopravvissuti. Ha tentato di conservare potere e prestigio fin quando ha potuto, ossia fino a quando nel 2008 Walter Veltroni gli fece capire a chiare lettere che era giunto per lui il momento di andare in pensione rifiutandogli una candidatura nelle liste del Pd. Durante tutti gli anni ottanta De Mita, leader della sinistra Dc, venne eletto a furor di popolo, negli storici congressi del bianco fiore, segretario del primo partito italiano e tentò di arginare lo strapotere di Bettino Craxi che proprio allora, da presidente del Consiglio, consolidava il profilo riformista del suo socialismo con l’obiettivo di trasformare l’Italia in una moderna socialdemocrazia. Nella sua guerra politica contro il leader socialista, fu appoggiato dalla “corrazzata Repubblica” e dal suo direttore Eugenio Scalfari convinto che proprio Ciriaco potesse essere l’uomo giusto per riprendere il discorso del compromesso storico interrotto dall’assassinio di Aldo Moro, conducendo il Partito Comunista a diventare un moderno partito della sinistra europea. Stesso obiettivo perseguito da Craxi che però, di questa nuova sinistra riformista, puntava a diventare il leader indiscusso. In quegli anni De Mita riuscì a far eleggere al Quirinale Francesco Cossiga che era uno degli esponenti di spicco della sua corrente (con il quale poi ruppe clamorosamente), ottenendo poi da questo la corsia preferenziale per l’ingresso a Palazzo Chigi. Per scalzarlo dal governo e dalla segreteria del partito dopo dieci anni di incontrastato dominio, dovettero coalizzarsi tutti gli avversari interni, da Forlani ad Andreotti, da Gava a Piccoli, passando per Scotti e Scalfaro. Per i detrattori il suo governo, seppur breve, fu responsabile dell’aumento vertiginoso del debito pubblico le cui nefaste conseguenze il popolo italiano sta scontando ancora oggi. Forse è ingiusto arrivare a tanto, ma certamente anche De Mita la sua parte di responsabilità ce l’ha in quell’allegra e spregiudicata gestione clientelare che nel tentativo di allargare il consenso intorno alla Dc e ai partiti di governo, ha fatto vivere gli italiani al di sopra delle loro possibilità condannando le generazioni future. Sicuramente l’ombra di De Mita c’è tutta dietro il contestatissimo “affair Sme”, ossia la vendita da parte dell’Iri di Romano Prodi del colosso agro alimentare statale alla Buitoni di Carlo De Benedetti. Affare che sin dall’inizio si presentò come una vera e propria svendita, un regalo a De Benedetti della sinistra Dc (anche Prodi militava nell’area demitiana) e che Craxi stoppò dopo aver tentato di far entrare in gioco una cordata di imprenditori guidata dall’amico Silvio Berlusconi. Già, Berlusconi; De Mita non mandò giù lo smacco della Sme e nel 1990 fece dimettere tutti i suoi ministri dal governo Andreotti per protesta contro la Legge Mammì che di fatto sanciva il duopolio Rai-Fininvest in favore del Cavaliere.  Non è dato sapere se a Nusco gli elettori saranno propensi a resuscitare questo politico già da tempo parcheggiato nel “museo delle cere”. Lasciamogli almeno la speranza di potersi godere questo strapuntino consolatorio, forse l’unico che ancora si addice ad una vecchia gloria della politica che i giovani d’oggi neanche sanno chi sia.
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