Kazakistan: con Nazarbayev vince il padre della Patria che ha evitato lo scontro inter-etnico

28 aprile 2015, intelligo
Kazakistan: con Nazarbayev vince il padre della Patria che ha evitato lo scontro inter-etnico
Tutto secondo i (facili) pronostici della vigilia nelle Elezioni Presidenziali tenutesi in Kazakhstan nella domenica appena trascorsa. Il Presidente in carica, Nursultan Nazarbayev – il “padre della patria kazaka” che guida il paese sin dall’indipendenza dall’URSS nel 1991 – è stato rieletto in modo pressoché plebiscitario: il 97,7 dei voti contro le briciole raccolte dai due candidati alternativi, il nazional-comunista del Partito Comunista del Popolo Turgun Syzdykov, (o,7%), e l’indipendente, leader sindacale, Abelgazy Kussainov (1,6%). 

Impressionante – un tempo la si sarebbe definita “bulgara” – anche la partecipazione al voto: oltre il 95% degli aventi diritto. Insomma, in queste elezioni – che lo stesso Nazarbayev ha voluto anticipate e il cui regolare svolgimento viene confermato dagli osservatori internazionali dell’OSCE – il Kazakhstan ha scelto, come si suol dire, la continuità, confermando al potere l’uomo che lo ha guidato attraverso la lunga e difficile transizione dell’era post-sovietica, portandolo fuori dalla crisi degli anni ’90 ed avviando un processo di modernizzazione istituzionale e strutturale che ha fatto, oggi come oggi, dell’antica Terra dei Cavalieri l’unica Repubblica veramente stabile ed industrialmente avanzata di tutta l’Asia Centrale, nonché il perno degli equilibri geoeconomici e geopolitici dell’intera regione.

A questo punto ci si potrebbe chiedere dov’è la notizia, visto che il risultato elettorale era largamente scontato sin dalla vigilia, e soprattutto in considerazione del fatto che non sembra apportare alcuna novità sulla scena della politica kazaka. Una lettura, questa, alquanto superficiale, che non tiene conto delle specificità di una regione, l’Asia Centrale post-sovietica, dove ogni tentativo di importazione pedissequa dei modelli politici propri delle democrazie occidentali si è, in questi ultimi vent’anni, rivelato disastrosamente fallimentare, precipitando le diverse Repubbliche in lunghe crisi e in sanguinosi conflitti civili. 

Con la vistosa eccezione, appunto, del Kazakhstan, dove la guida forte di Nazarbayev ha evitato lo scontro inter-etnico – oltre 130 etnie e 34 religioni ne compongono infatti il variegato mosaico – e avviato un processo complesso sia di State Building che di Nation Building. Processo, ormai, alquanto avanzato visto che, come ha chiosato Edward Luttwak in una recente intervista a “Il Nodo di Gordio” (www.nododigordio.org)  il modello kazako presenta ancora differenze da quello proprio delle democrazie occidentali, ma ha permesso una stabilità ed una prosperità nazionale che stanno, gradualmente, favorendo anche il progressivo sviluppo delle istituzioni democratiche e che, al contempo, garantiscono libertà fondamentali. 

E la notizia, dunque, sta proprio nel fatto che l’ormai anziano, ancorché sempre attivo Nazarbayev abbia voluto anticipare queste elezioni, presentando un programma che più che un dettato elettorale, sembra voler rappresentare una sorta di lascito per le generazioni future. 

Un disegno programmatico che guarda allo sviluppo del paese nei diversi settori per i prossimi vent’anni, una prospettiva che travalica di gran lunga il mandato presidenziale. E soprattutto il mandato di un Presidente che ha ormai compiuto i 74 anni. E proprio questo programma rivela come lo stesso Nazarbayev stia cercando di governare l’inevitabile transizione del Kazakhstan, tracciando le linee di sviluppo tanto delle istituzioni che dell’economia che dovranno essere seguite dai suoi successori. Una successione, inutile dirlo, attesa con molta preoccupazione non solo dai cittadini kazaki, ma un po’ da tutte le Cancellerie internazionali, che temono una crisi interna del paese e, di conseguenza, una destabilizzazione di tutta la regione allorquando quello che è stato definito l’Ataturk kazako dovesse, per una ragione o per l’altra, passare la mano. 

E, naturalmente, vi sono poi coloro – soprattutto nei recessi di certi centri di speculazione finanziaria – che questo passaggio, e il disordine, attendono ed auspicano per i loro interessi di bottega.

Tuttavia, proprio in questo – tranquillo, tranquillissimo, anzi – frangente elettorale, è stato possibile notare come dietro il risultato plebiscitario, si stia effettivamente lavorando per l’emergere e l’affermarsi di una classe dirigente nazionale, formatasi lungo questi vent’anni di Presidenza. 

Una classe dirigente che non è espressione di un’etnia o di un gruppo specifico, ma il prodotto del processo di strutturazione ed organizzazione di uno Stato moderno che, passo dopo passo, sta venendo sempre più inverandosi in questa Repubblica centro-asiatica, con la quale anche l’Italia intrattiene relazioni vitali dal punto di vista economico e industriale. 

Classe dirigente alla quale lo stesso Nazarbayev, proprio anticipando queste Elezioni, ha voluto evidentemente delegare il compito di guidare il paese nel prossimo futuro verso un modello sempre più vicino a quello delle nostre democrazie occidentali. Il segnale, dunque, non del ristagno politico, bensì dell’avviarsi di un processo di transizione “morbida”. 

Transizione dalla “guida unica” del classico Padre della Patria a quella che, nel disegno dei prossimi vent’anni, dovrebbe divenire una democrazia compiuta in una paese che le stesse stime del FMI considerano in grado di entrare nel novero delle nuove potenze economiche ed industriali.
autore / intelligo
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