Def: a che punto siamo e quali novità sulle pensioni

28 aprile 2016 ore 12:23, Luca Lippi
A che punto siamo con l’esame del Def (Documento di economia e finanza)? È stato esaminato e passato al vaglio con un “sì” di massima da parte delle due Camere. I vari interventi di deputati e senatori sono stati tutti centrati sulla questione delle pensioni e della sanità, fra interrogativi e strali di dissenso, come si conviene in ogni confronto democratico, alla fine il Def avanza lasciando ogni cosa nel suo moderato disordine.
Ieri ha tenuto banco il rapporto della Cattolica “Osservasalute”, Per la prima volta cala l’aspettativa di vita degli italiani, si fa poca prevenzione. Scende la spesa sanitaria, posti letto e personale sotto standard. In sostanza, bisogna decidere e in fretta se è meglio “investire” sul taglio alla sanità, procurando altre e più incisive amputazioni delle prestazioni per le quali gli italiani versano più o meno consapevolmente balzelli di ogni genere e fatta, oppure “investire” nel “volantinaggio” di  prevenzione (pur continuando a prelevare il balzello di cui sopra senza riscontro). In sostanza ci dovrebbero far sapere se è per colpa nostra che non stiamo attenti a curarci “privatamente” se il Ssn è in crisi, oppure se il Ssn è in crisi perché ne facciamo uso a fronte del fatto che per generazioni le prestazioni sono state già corrisposte. Qualunque risposta è inclusa nella domanada.

Def: a che punto siamo e quali novità sulle pensioni

Sta di fatto che se gli italiani incolti e non previdenti muoiono prima, non si capisce perché dovrebbero andare in pensione sempre più tardi (anche in questo caso la risposta è nella domanda). E di pensioni si è parlato nell’esame preliminare del Def di cui all’oggetto. Quindi tanta attenzione al portafoglio a disposizione del Governo ma per il momento non si trovano tracce di maggiore attenzione alle famiglie, su questo è stato timidamente chiesto al Governo di prestare più attenzione!
I suggerimenti all’esecutivo sono di natura sociale e riguardano la questione delle pensioni. Sulla flessibilità in uscita, cioè la possibilità di andare in pensione prima, si propongono “interventi selettivi con la previsione di ragionevoli penalizzazioni”, in linea con quanto sta studiando il governo in vista delle decisioni che verranno prese a ottobre con la legge di Bilancio per il 2017 (che non sono decisioni sulla riforma delle pensioni di cui si comincerà a parlare solo a novembre).
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, ha confermato che non c’è spazio per ipotesi generalizzate di flessibilità in uscita, perché costerebbero tra i 5 e i 7 miliardi l’anno, mentre si sta ragionando sull’ipotesi del “prestito previdenziale” assistito da banche e assicurazioni, che si articolerebbe con modalità diverse su platee selezionate di lavoratori. In sostanza se si vuole andare in pensione bisogna firmare una cambiale, e poi trovarsi un lavoro (possibilmente in nero) per pagarla!
Cosa sarebbe il prestito previdenziale? Il prestito previdenziale è un meccanismo che consentirebbe, a chi si trova a qualche anno dalla pensione, di prendere un anticipo dell’assegno (che sarebbe più basso di quello pieno perché scatterebbero le penalizzazioni) sotto forma di prestito da restituire in piccole rate trattenute dal momento in cui decorre la pensione normale. 
Chi “potrebbe” accedere al prestito sono:
-chi vuole andare in pensione prima (e si pagano tutto il prestito e le penalizzazioni che sulla carta sono 3 / 4% per ogni anno di prepensionamento);
-lavoratori espulsi dalle aziende in crisi e che rischierebbero di finire esodati (la penalizzazione gliela paga in buona parte lo Stato, cioè noi);
-in ultimo i lavoratori spinti dalle aziende ad andare in prepensionamento (in questo caso “dovrebbero” essere i datori di lavoro a coprire i costi dell’anticipo).
Nella sagra del condizionale, entra di prepotenza il sindacato, ovviamente che si chiede (come fa Landini): “Se uno ha versato contributi per 40-41 anni che prestito dovrebbe fare? Ha già prestato abbastanza soldi lui”.
In conclusione Il Parlamento ha anche approvato il rinvio del pareggio strutturale di bilancio al 2019, necessario, dice il governo, a sostenere la crescita del Pil.
Come avevamo anticipato, tutto procede nel solito moderato disordine.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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