Pensioni: l’Esecutivo apre all’uscita anticipata a 63 anni, opzioni e criticità

28 aprile 2016 ore 15:44, Luca Lippi
L’esecutivo ha aperto all’uscita anticipata a 63 anni, le opzioni messe sul tavolo da Nannicini sono tre per sostenere l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, una sorta di scivolo auto remunerato con relativo regalo a banche e assicurazioni, ha confermato che non c’è spazio per ipotesi generalizzate di flessibilità in uscita, perché costerebbero tra i 5 e i 7 miliardi l’anno, mentre si sta ragionando sull’ipotesi del “prestito previdenziale” assistito, appunto, da banche e assicurazioni. 
Le tre ipotesi sono a seconda del tipo di uscita, una per chi vuole andare in pensione prima, la seconda per chi viene espulso dalle aziende in crisi e la terza per chi è spinto dall’azienda ad andare in prepensionamento.

Pensioni: l’Esecutivo apre all’uscita anticipata a 63 anni, opzioni e criticità

In tutti e tre i casi la formula vettore è Il prestito pensionistico pagato dalle banche, ma non convince per diversi motivi. Andiamo con ordine: allo studio del Governo c'è l'obiettivo di concedere una pensione sino a 3 anni di anticipo rispetto ai requisiti attuali, vale a dire dai 63 anni e 7 mesi di età (o dai 39 anni e 10 mesi di contributi nel caso raggiungesse prima la pensione anticipata) facendo pagare al lavoratore circa il 3-4% di pensione in meno per ciascun anno di anticipo (sino ad un massimo del 10-12% dell'assegno quindi, in corrispondenza del massimo anticipo).
Problematica sulla formula del prestito: trattandosi di un trattamento erogato da un intermediario finanziario, il trattamento stesso è anomalo, e ai fatti si configura unicamente come un prestito o finanziamento per il quale la garanzia non sarà una cambiale o un immobile ma la pensione futura del contraente. Quindi, la banca è garantita, migliora il suo bilancio diluendo gli incagli (prestiti, mutui e finanziamenti non esigibili), recupera il credito comprensivo degli interessi. In sostanza è una cessione del quinto della pensione! In sostanza il pensionato otterrà una pensione più bassa per un lungo periodo di tempo in quanto parte dell'assegno dovrà ristorare la banca del prestito erogato.
Criticità: chi ripagherà la banca del prestito erogato se appena in pensione il pensionato passa a miglior vita? Si parla di un'assicurazione ma anche la stipula della polizza ha un costo. Chi lo pagherà? Altra questione: in caso di anticipo si pagheranno o meno i contributi figurativi per quei tre anni? Se sì qualcuno dovrà farlo (lo Stato o il lavoratore) altrimenti quei tre anni saranno virtualmente persi e la pensione sarà inevitabilmente più bassa. E ancora: chi pagherà gli interessi alla banca sull'assegno anticipato? Se saranno a carico del lavoratore, ipotesi probabile, il costo dell'operazione, dopo la polizza assicurativa, è destinato a crescere ulteriormente. Inoltre cosa accadrà se l'assegno del pensionato sarà piuttosto basso, cioè inferiore, ad esempio agli 800 euro al mese: in tal caso l'applicazione della decurtazione e dei costi accessori faranno lievitare il costo dell'operazione rendendolo sconveniente. 
Da segnalare, poi, che essendo un meccanismo tra privati, la banca in assenza di specifiche garanzie statali, potrebbe anche rifiutarsi di aderire allo schema e quindi concedere il finanziamento alle persone con maggiori rischi di restituzione del "debito".
Lo schema “pensato” dai tecnici delle Camere non convince. E’ sicuramente il tentativo maldestro di spostare i costi della previdenza dallo Stato ad altri soggetti, come banche, imprese e gli stessi lavoratori. Tuttavia, il sistema bancario e assicurativo ci guadagnerebbe non poco per effetto delle somme che entrerebbero in gioco. 
A questo punto sembra persino più vantaggiosa ed equa la proposta di Damiano (ddl 857) o quella di Boeri. Per il momento non possiamo proseguire perché c’è la proposta ma manca il confronto previsto a maggio quando il Governo avrà messo a punto la sua proposta in modo più completo.

autore / Luca Lippi
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