Non solo italiani disoccupati, per l'Istat il 57% di stranieri cerca lavoro

28 dicembre 2015 ore 15:32, Luca Lippi
L’Istat finisce di elaborare una statistica di dati raccolti nel secondo trimestre 2014 segnalando che stranieri occupati in Italia sono 2,3 milioni e rappresentano l’8,6% della popolazione residente di 15-74 anni, i naturalizzati italiani l’1,3%. I dati sono stati raccolti e analizzati nell’ambito del rapporto sull’integrazione di stranieri e naturalizzati nel mercato del lavoro. Prima di scendere nel dettaglio della ricerca, si evidenzia il 57% degli stranieri nati all’estero e un terzo dei naturalizzati è migrato in Italia con lo scopo di trovare un’occupazione. È utile ricordare che per “naturalizzato” si intende uno straniero che ha ottenuto la cittadinanza secondo specifici requisiti di legge.
Dal rapporto emerge che la crisi (per intenderci la crisi che ha colpito l’Europa dal 2008 e morde ancora) ha mietuto più “vittime” in termini di tasso di disoccupazione, tra gli stranieri piuttosto che fra i gli italiani. Nello specifico dal 2008 al 2014 il tasso di occupazione degli stranieri ha subìto una contrazione di 6,3 punti, molto più accentuata rispetto a quella dei naturalizzati e degli italiani dalla nascita (-3,0 e -3,3 punti, rispettivamente). Al contempo, il tasso di disoccupazione degli stranieri è quasi raddoppiato rispetto a sei anni prima (+7,1 punti rispetto a +5,2 per gli italiani dalla nascita). Nel secondo trimestre 2014, il 59,5% degli stranieri ha trovato lavoro grazie al sostegno della rete informale di parenti, conoscenti e amici (38,1% i naturalizzati, 25% gli italiani). 
Non solo italiani disoccupati, per l'Istat il 57% di stranieri cerca lavoro
Entrando ulteriormente nel dettaglio, Il 29,9% degli occupati stranieri 15-74enni dichiara di svolgere un lavoro poco qualificato rispetto al titolo di studio conseguito e alle competenze professionali acquisite (qualche dubbio sulla pratica di inserire i 15enni fra detentori di un titolo di studio ancorchè competenze professionali), percentuale che scende al 23,6% tra i naturalizzati e all’11,5% tra gli italiani. Le donne sono particolarmente afflitte dalla problematica saliamo al 40% del campione, all’interno del quale emergono ai primi posti Polacche, ucraine, filippine, peruviane, moldave e romene. Non essere italiano dalla nascita rappresenta un ostacolo per trovare un lavoro, o un lavoro adeguato, secondo il 36,2% degli stranieri e il 22% dei naturalizzati. La scarsa conoscenza della lingua italiana (33,8%), il mancato riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero (22,3%) e i motivi socio-culturali (21,1%) sono i tre ostacoli maggiormente indicati dal campione intervistato. A parte il discorso per quanto riguarda la comunità cinese, il 43,4% delle cinesi e il 45,4% dei cinesi occupati ha intrapreso un’attività autonoma. Valori così elevati non sono riscontrabili per le altre cittadinanze, per le quali la prevalenza dei lavoratori autonomi uomini rispetto alle donne è generalizzata. In particolare sono gli uomini dei paesi con una storia migratoria di lungo corso nel nostro Paese che hanno maggiormente intrapreso un’attività autonoma, come marocchini (18,7%) e albanesi (15,8%), rispettivamente la terza e la seconda cittadinanza straniera più presente sul territorio nazionale.  C’è da sottolineare che una sorta di ritrosia non del tutto biasimabile che qualche perbenista sottolineerebbe come forma di razzismo, nell’agevolare offerta di lavoro a non italiani spesso è la conseguenza di scarsa dimestichezza nell’uso della lingua italiana da parte degli stranieri in territorio italiano, e non ultimo il fatto che spesso i titoli di studio non hanno corso legale nel nostro Paese. Alla politica di integrazione, mai sufficientemente perseguita se non come proposte propagandistiche, dovrebbe essere affiancata una politica di insegnamento della lingua riservata agli immigrati, oltre il riconoscimento/conversione del titolo di studio conseguito nei Paesi di origine con uno equivalente nel nostro Paese (non semplicemente nell’indirizzo ma soprattutto nella gestione delle conoscenze). La percentuale riservata a motivi razziali, poi, non è altro che la medesima riscontrabile in ogni Paese cosiddetto occidentale (del resto anche gli occidentali riscontrano le medesime criticità all’estero).

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]