Le parole della settimana: Guerra e Pace

28 febbraio 2015 ore 2:22, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: Guerra e Pace
Che cosa fanno 10.000 o 20.000 o 50.000 uomini o anche di più, equipaggiati e armati di tutto punto, con la copertura di carri armati e forza aerea? Fanno il peace keeping
. Traduzione letterale: mantenimento della pace o se preferiamo salvaguardia della pace. Il che presuppone che ci sia una pace da salvaguardare, ma non è detto: la situazione potrebbe essere molto confusa, uno stato tra belligeranza e non belligeranza, tipo due eserciti che hanno appena finito di darsele di santa ragione e sono pronti a darsele di nuovo; oppure una nazione in stato di permanente guerra civile: situazioni perfette per un’operazione di peace keeping. Varianti lessicali: peace enforcement, alla lettera rafforzamento della pace, che in realtà vuol dire fare la guerra per imporre la pace; oppure peace building, peace making... L’importante è che non si parli mai di guerra. Il nostro mondo ha sviluppato una particolare sensibilità lessicale alla pace, in lingua internazionale peace. Dunque, tanto per capirci, facciamo qualche esempio: quando Clinton mandò i suoi bombardieri sui paesi della ex Iugoslavia con D’Alema al seguito, fu peace keeping? Certamente loro vi risponderanno di sì. E quando George Bush Junior invase l’Irak alla ricerca delle armi chimiche mai trovate di Saddam, fu peace keeping? O quando Sarkosy con l’obiettivo di fotterci i giacimenti di petrolio e di gas si scatenò contro Gheddafi, generando l’attuale caos libico, fu anche quello peace keeping? Tutti vi risponderanno di sì. Gli Enti superiori che governano l’umanità hanno elaborato una complessa sintassi della pace, pronta a dare qualsiasi risposta. Però c’è qualcosa che non quadra: un mondo fino a ieri generoso di peace keeping sembra esserne diventato improvvisamente avaro. Tanto per fare un altro esempio, perché oggi, di fronte a una Libia nell’emergenza di una permanente guerra civile tutti, dall’Onu in giù, ritengono inopportuno un intervento di peace keeping e gli preferiscono le armi prudenti e caute della diplomazia? E che dire del Califfato che stermina cristiani e mussulmani tra Irak e Siria? Non ne ha ancora sterminati abbastanza per convincere Obama che è arrivata l’ora di un robusto peace keeping da quelle parti? Chissà se serviranno a commuoverlo le foto degli jihadisti mentre con le loro brave mazze distruggono antiche, preziose statue nel museo di Mosul, o danno fuoco a manoscritti antichi di millenni, patrimonio di tutta l’Umanità. L’Onu si vanta di aver compiuto, tra il 1948 e il 2009, 63 interventi di peace keeping, molti dei quali sono ancora in corso. Nel 1988 le Forze Onu per il peace keeping furono insignite del Premio Nobel per la pace. E allora, cosa aspettano ad appiccicarsi una nuova medaglia? O hanno forse scoperto che girarsi dall’altra parte è un modo innovativo ed efficace per operare il peace keeping?
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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