Fede e ragione: "credo ut intelligam" e "intelligo ut credam" (di Padre G. Elia)

28 giugno 2016 ore 12:17, intelligo

di Padre Giacobbe Elia

Muovendoci alla ricerca della Verità Eterna “abbiamo sottoposto le religioni e i loro fondatori a tre verifiche decisive per appurare quale sia quella vera”, certi di potere riconoscere con il lume della ragione tra i tanti il volto del vero Inviato di Dio; e abbiamo considerato che Egli dev’essere stato da Dio innanzitutto preannunciato con profezie; munito della Sua conoscenza e della potenza dei miracoli, che, dominando la natura, provano la sua effettiva comunione con l’Onnipotente, e che il suo insegnamento non dev’essere contrario alla ragione umana, pur trascendendola.

L’ultimo di questi tre criteri di discernimento, che trovano soltanto in Gesù e nel suo Vangelo la loro più piena soddisfazione, è particolarmente interessante perché ha avviato quella dialettica tra fede e ragione che ha fatto dell’Occidente il semenzaio e la fucina della scienza. Questo felice processo è tutto nella celebre e vibrante ammonizione che Dante mette in bocca ad Ulisse, per incoraggiare i suoi compagni di avventura a non abbandonarlo nell’impresa di navigare oltre le colonne di Ercole, metafora del limite estremo del mondo conosciuto: «Considerate la vostra semenza: / Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza» (Inferno, c. XXVI, vv.118–120). L’esercizio della virtù (intesa nella sua pregnanza semantica latina, come affermazione del proprio valore) e l’acquisizione della scienza sono i due grandi ideali che qualificano l’uomo occidentale, originando dalla sua stessa semenza, la sua natura privilegiata che lo distingue dai bruti. Ma Dante è un finissimo teologo e sa che è proprio della Trinità arricchire i cristiani con i doni dello Spirito Santo che vedono l’intelletto e la scienza incastonati tra la Sapienza e la pietà. Dante sa che è il credente ad aver ricevuto il dono di andare oltre, perché credere è sinonimo di oltre-passare i limiti della sola ragione.

Chiamato a conoscere e ad amare Dio, a immagine del quale è stato fatto, l’uomo nota che le molteplici perfezioni delle creature riflettono la perfezione infinita del Creatore e scopre così alcune «vie» che lo conducono alla Sua conoscenza. Queste vie, che hanno come punto di partenza la creazione, cioè il mondo materiale e l’uomo, sono dette «prove dell’esistenza di Dio», non nel senso che il termine “prova” ha nel campo delle scienze naturali, ma nel senso che queste vie offrono «argomenti convergenti e convincenti» (CCC, 31) che permettono all’uomo, con la sola ragione, di conoscere con certezza Dio come origine e fine dell’universo e come sommo bene, verità e bellezza infinita.

Sulla scorta di san Paolo che afferma che anche i pagani possono arrivare a questa conoscenza di Dio (ma non a quella della sua vita intima, che solo Gesù rivela), perché: «Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità», sant’Agostino concludeva: «Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria [... e] del cielo, [...] interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode [“confessio”]. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli [cioè contingenti], chi le ha fatte se non uno che è bello [“Pulcher”] in modo immutabile?». A ragione Victor Hugo dichiarava che «Dio è l’invisibile evidente». «Il mondo e l’uomo – insegna il CCC n. 34 - attestano che essi non hanno in se stessi né il loro primo principio né il loro fine ultimo, ma che partecipano di quell’ «Essere» che è in sé senza origine né fine». Ma «l’uomo con le sole forze della sua natura, non ha potuto conoscere bene, completamente e senza errori, tutto il complesso delle verità naturali che riguardano i suoi rapporti con Dio», anzi ha conosciuto ben poche verità religiose, mescolate, però, a confusioni, errori, incertezze e deviazioni. Ci basti pensare allo sviluppo del concetto di religione, che dal monoteismo - affermato nelle epoche primitive e conosciuto dagli Ebrei – ha virato verso il politeismo e l’antropomorfismo, che finiscono per divinizzare l’uomo e le sue passioni.

«L’uomo, nel conoscere Dio con la sola luce della ragione, incontra molte difficoltà e, senza la grazia di Cristo, non può entrare da solo nell’intimità del mistero divino». Per farlo ha assoluto bisogno della rivelazione di Dio, la sola capace di illuminarlo non solo su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle «verità religiose e morali che, di per sé, non sono inaccessibili alla ragione, affinché [esse] nella presente condizione del genere umano possano essere conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza d’errore».

È necessaria la Rivelazione di Cristo perché l’uomo non confonda «il Dio “ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile” con le sue rappresentazioni umane. Le parole umane restano sempre al di qua del mistero di Dio». Questa tensione ha avviato e sostenuto il rapporto fecondo e proprio tra la Rivelazione cristiana, iniziata con l’A.T., e la scienza. La Chiesa cattolica non ha mortificato la scienza, ma l’ha vigorosamente impulsata, perché è convinta che «anche se la fede è sopra la ragione, - come insegna infallibilmente il Concilio Vaticano I - non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero». La dialettica tra fede e ragione trova la sua illustrazione classica nella sintesi di sant’Anselmo, dove il «Credo ut intelligam» trova il suo termine speculare nella «fides quaerens intellectum», per cercare di giustificare la realtà misteriosa della fede da cui muove e, così, giungere, nel rispetto del mistero ineffabile di Dio e con l’indispensabile aiuto della grazia di Cristo, all’«intelligo ut credam». La ragione – spiega sant’Anselmo - raggiunge il culmine della sua attività e autonomia quando comprende che l’oggetto a cui crede (Dio) è incomprensibile. Né può essere altrimenti, dirà Pascal.

Sant’Anselmo insegna che tra fede e ragione non c’è frattura, perché l’una e l’altra sono chiamate a operare in modo sinergico: la ragione non solo non contraddice la fede, ma si fa suo strumento. Nel Proslogion illustra chiaramente il suo metodo d’indagine, teso a rendere – per quanto è possibile – ragionevole, cioè comprensibile e accessibile, la verità rivelata:

«Io non tento, Signore, di sprofondarmi nei tuoi misteri perché la mia intelligenza non è adeguata, ma desidero capire un poco della tua verità che il mio cuore già crede ed ama. Io non cerco di comprenderti per credere, ma credo per poterti comprendere».Sant’Anselmo è un cristiano e come tale ha fiducia nella ragione donata all’uomo dal Dio che in Cristo si rivela apertamente. Egli è convinto che la fede invoca la nostra intelligenza (fides quaerens intellectum) come sua alleata, preziosa e necessaria, per illuminare e illustrare, per quanto le è possibile, i misteri rivelati (la verità rivelata) e così aiutare il credente ad aderirvi consapevolmente. Egli sa bene che l’intelligenza dell’uomo si avvilisce e si involve se rinuncia alla luce della fede. “Credo per capire”, credo ut intelligam, è la celebre formula con la quale Sant’Anselmo rivendica il primato della fede sull’impegno della ragione. È la fede a fondare e ad avviare l’investigazione della ragione (è la certezza di essere figlio che giustifica la fiducia del bambino nei confronti del padre, anche in quello che egli non può ancora ben capire), la quale con le sue spiegazioni fa comprendere e gustare il contenuto della fede, che è la verità rivelata.

Sant’Anselmo vede chiaramente sia che i misteri divini superano la ragione sia che la fede cristiana e la ragione convergono verso l’unica verità che viene raggiunta attraverso strade diverse. Non ci sono infatti due verità, ma un «duplice ordine di conoscenza» (DS 3015) che non possono tra loro entrare in contrasto perché la verità è unica11, come insegnerà anche il Conc. Vat. I.

Contro gli errori delle teorie illuministiche e razionaliste e quelle dei tradizionalisti, il Concilio Vaticano I con la Costituzione Dogmatica Dei Filius (24 aprile 1870) afferma che la fede non è un «moto cieco dell’animo», ma deve essere accompagnato dalla ragione.

«Nella teologia scolastica – ha scritto Giovanni Paolo II – il ruolo della ragione filosoficamente educata diventa ancora più cospicuo sotto la spinta dell’interpretazione anselmiana dell’intellectus fidei. Per il santo

Arcivescovo di Canterbury la priorità della fede non è competitiva con la ricerca propria della ragione. Questa, infatti, non è chiamata ad esprimere un giudizio sui contenuti della fede; ne sarebbe incapace, perché a ciò non idonea. Suo compito, piuttosto, è quello di saper trovare un senso, di scoprire delle ragioni che permettano a tutti di raggiungere una qualche intelligenza dei contenuti della fede. Sant’Anselmo sottolinea il fatto che l’intelletto deve porsi in ricerca di ciò che ama: più ama, più desidera conoscere» (Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Fides et Ratio, n. 42).

Le scienze (sia quelle naturali, dalla fisica all’astronomia, passando per la botanica e la zoologia…, che quelle umane: sociologia, psicologia, storiografia...) s’interrogano sul “come?” dei fenomeni e li descrivono, la religione invece non si accontenta d’investigare il “come?”, ma si chiede anche “perché?” dei fenomeni. E non dimentichiamo che tutti i grandi padri della scienza moderna furono grandi credenti, e che lo è anche oggi una percentuale sorprendentemente alta di scienziati. L’uomo moderno che s’illude di essere adulto e si proibisce di andare oltre il “come?” è responsabile della crisi di senso della nostra epoca, che cerca nei maestri esoterici e nelle sette le risposte alle domande più profonde dell’animo umano. Quest’atteggiamento ha fatto osservare a Malcolm Muggeridge (1903-1990): «Sappiamo così tanto! E capiamo così poco!». «La scienza descrive. Ma la Bibbia spiega. Al vertice, si riuniscono in una sola verità», recita un celebre detto.

André Frossard13 (1915–1995), il noto scrittore francese eletto all’Académie française nel 1987, ha spiegato bene che non bisogna cadere in equivoco quando si parla di “provare” l’esistenza di Dio, perché il compito della ragione consiste nel «riunire quelli che, nel diritto, si chiamano “indizi concordanti”, che salvaguardino il carattere di scommessa della fede e al contempo non rendano il credente irragionevole».

La dialettica tra fede e ragione è alla base della civiltà occidentale, ma anche del suo benessere. Uno dei più illustri sociologi del mondo Rodney Stark, specializzato in sociologia della religione e uno dei maggiori esponenti della teoria della “scelta razionale” e dal 2004 co-direttore dell’istituto di studi religiosi alla Baylor University (Texas), dopo aver insegnato per 32 anni all’Università di Washington, conclude uno dei suoi libri di maggior successo con il resoconto di un “intellettuale cinese”: «Una delle cose che ci è stato chiesto di indagare è che cosa ha permesso il successo, o meglio, il primato dell’Occidente su tutto il resto del mondo. Abbiamo studiato tutte le possibilità da un punto di vista storico, politico e culturale. All’inizio abbiamo pensato che fosse perché voi avevate armi più potenti delle nostre. Poi abbiamo ritenuto che voi aveste un sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli ultimi vent’anni abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Ecco perché l’Occidente è così potente. Le basi morali cristiane della vita sociale e culturale sono state ciò che ha permesso l’emergere del capitalismo e poi la riuscita transizione verso politiche democratiche. Non abbiamo alcun dubbio in proposito» (Rodney Stark, La Vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza, Lindau, Torino 2006).

Desidero concludere con la preghiera di un grande scrittore e giornalista francese, premio Nobel per la letteratura nel 1952; vincitore del Grand Prix du Roman, fu anche membro dell’Académie française, giornalista e critico letterario per Le Figaro e decorato con la Legion d’onore, François Charles Mauriac (1885–Parigi 1970): «“Nessuno va al Padre se non per me”. Se non avessi conosciuto il Cristo, Dio sarebbe per me una parola vuota di senso, l’Essere infinito per me sarebbe stato inimmaginabile, impensabile. È stato necessario che Dio entrasse nell’umanità e che, a un preciso momento della storia, sopra un determinato punto del globo, un essere umano fatto di carne e di sangue pronunciasse certe parole, compisse certi atti, perché io mi gettassi in ginocchio. Se il Cristo non avesse detto: «Padre Nostro...» io non avrei mai avuto da me stesso il senso di questa filiazione, questa invocazione non sarebbe mai salita dal mio cuore alle mie labbra» (F. Mauriac).

David Aikman, corrispondente estero di lungo corso di “Time”, in un suo libro, pubblicato solo pochi anni fa, dedicato al vertiginoso sviluppo economico della Cina e al crescente numero di conversioni al cristianesimo in quello sterminato paese, che ben conosceva, riporta il dialogo di un brillante studioso della “Chinese Academy of Social Sciences “ (CASS) di Pechino, con un gruppo di giovani americani: “una delle cose che ci è stato chiesto di indagare è che cosa ha permesso il successo, o meglio, il primato dell’occidente su tutto il resto del mondo. Abbiamo studiato tutte le possibilità da un punto di vista storico, politico, economico e culturale. Al’ inizio abbiamo pensato che fosse perché voi avevate armi più potenti delle nostre. Poi abbiamo ritenuto che voi aveste un sistema politico migliore. Poi ci siamo concentrati sul vostro sistema economico. Ma negli ultimi venti anni abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Ecco perché l’occidente è così potente. Le basi morali cristiane della vita sociale e culturale sono state ciò che ha permesso l’emergere del capitalismo e poi la riuscita transizione verso politiche democratiche. Non abbiamo alcun dubbio in proposito”.

Un’affermazione del genere, ripetuta oggi, in Italia e in Europa, rischierebbe di essere totalmente ignorata o, peggio, ridicolizzata. Siamo talmente bombardati di luoghi comuni che dipingono il pensiero cristiano come oscurantista, retrogrado e nemico della ragione che una tale idea risulti quasi improponibile. Una cappa di pensiero unico si è imposta negli ambienti degli “intellettuali” alla moda, che sbeffeggiano tutto ciò che sia in qualche maniera riconducibile al cristianesimo, rifacendosi in nome della cultura, della modernità e del progresso, alla assoluta contrapposizione fra società laica e religiosa. La storiografia positivista ottocentesca, continua ancora oggi a proporre libri di testo che descrivono il “Medio Evo” non come la culla delle future glorie dell’occidente ma come epoca buia, inneggiando piuttosto al “secolo dei lumi” e alle grandi “rivoluzioni”. E così scuola, stampa e comunicazione in generale, fanno da cassa di risonanza talmente potente che oggi pare impresa impossibile affermare che no, non è vero! Anzi è esattamente il contrario: se la scienza, la libertà e il progresso si diffusero in occidente e ne decretarono l’incredibile sviluppo il merito è stato essenzialmente del cristianesimo e della sua irremovibile fiducia nella ragione.

Noi, che del Segno più grande del cristianesimo portiamo il nome, proveremo a ripercorrere le tappe di questo straordinario sviluppo della nostra civiltà, fondata proprio su quelle radici, rifacendoci alle opere di Rodney Stark, da molti considerato il più grande sociologo delle religioni vivente. 80 anni compiuti lo scorso luglio, docente alla Baylor University (Texas), oltre 30 libri, tradotti in 15 lingue, il suo è un approccio originale e intriso di quel sano pragmatismo americano, come ci rivela questa intervista rilasciata in occasione della presentazione del suo “Il Trionfo del Cristianesimo. Come la religione di Gesù ha cambiato la stora dell’uomo ed è divenuta la più diffusa al mondo”, nel 2012. Secondo Stark è stata la “convenienza umana” della proposta cristiana a risultare “vincente” ieri e oggi, nei diversi contesti:

«l’impegno del primo cristianesimo alla misericordia è stato tanto capace di mitigare la sofferenza al punto che i cristiani vivevano pure più a lungo dei loro fratelli pagani […] si facevano carico di chi era ammalato, di quanti erano vecchi, di chi era in condizioni di povertà. Con il risultato che essi erano capaci di sopravvivere più lungo nei momenti difficili».

Inoltre, a proposito delle donne: «le donne cristiane vivevano meglio delle loro pari grado pagane: ad esempio, si sposavano ad un’età più matura, i loro mariti erano più fedeli rispetto a quelli non cristiani, gli uomini non divorziavano e le mogli non dovevano far fronte ai pericoli di aborti, una pratica molto diffusa tra i pagani del tempo. Per questo, al di là di aspetti più prettamente spirituali, i cristiani conducevano una vita decisamente più attraente rispetto ai non cristiani».

Le donne cristiane insomma godevano di uno status più alto rispetto alle donne del mondo greco-romano, osserva Stark, i cristiani promossero il matrimonio, combatterono la poligamia, la schiavizzazione e lo sfruttamento sessuale e proibirono la pratica dell’infanticidio, dell’aborto (che spesso veniva esercitato proprio nei confronti della nascita delle bambine). Questi elementi insieme al culto di Maria, fecero sì che nelle comunità cristiane, fin dall’inizio ci fu una prevalenza numerica delle donne e questo fu decisivo per la loro crescita demografica. In sostanza una serie di osservazioni che ci aspetteremmo uscire dai testi di Storia della Dottrina Sociale della Chiesa, mentre invece provengono da un laicissimo sociologo statunitense, di famiglia luterana, pervenuto alla Fede proprio grazie ai suoi studi e alla sua onestà intellettuale. Per comprendere bene il pensiero scientifico di Stark, riteniamo di fondamentale importanza il libro “La vittoria della ragione”, la cui prima edizione tradotta in italiano appare nel 2006 preso le edizioni Lindau. Il punto di partenza del testo è il seguente: quando iniziarono a esplorare il mondo, le sorpresa più grande per gli europei non fu l’esistenza dell’emisfero occidentale ma la scoperta del loro grado di superiorità tecnologica rispetto alle altre società. A soccombere di fronte alla superiorità degli invasori europei non furono solo maya, azteca e inca ma anche le leggendarie civiltà orientali: Cina, India, e persino l’Islam erano arretrati in confronto all’Europa del XVI secolo. Com’era accaduto? Come avevano fatto quelle nazioni sorte dalla barbarie e dalle rovine della caduta di Roma a superare il resto del mondo?

La risposta più convincente per spiegare questo predominio, secondo Stark, consiste nell’ascesa del capitalismo, inteso come la massima applicazione dell’intelletto umano al commercio. Un fenomeno che si verificò solo in Europa, proprio grazie a quella “fede” straordinaria nella ragione che è fondamento non solo del progresso tecnologico ma di tutto l’Occidente.

Quale sia stato il ruolo del cristianesimo in questa “vittoria della ragione” per l’autore è evidente. E’ la sola religione a privilegiare l’utilizzo della ragione e della logica come guida principale verso la verità. Mentre altri culti nel mondo enfatizzavano il mistero e l’illuminazione, i cristiani, influenzati dalla filosofia greca, insegnarono fin da principio che la ragione era il dono più grande che Dio avesse offerto agli uomini e lo strumento per accrescere progressivamente la comprensione delle Sacre Scritture. Il cristianesimo in sostanza guarda verso il futuro e la fede nel potere della ragione, incoraggiato dalla Scolastica e dalle grandi università medievali, pervade la cultura occidentale stimolando le scienze e l’evoluzione della teoria e della pratica democratica. Il capitalismo è anch’esso una vittoria della ragione ispirata dalla Chiesa e nasce proprio per la prima volta al’interno delle grandi proprietà monastiche.

Insomma questa di Stark è una vera rivoluzione copernicana sull’origine della nostra civiltà e ribalta definitivamente anche la famosa teoria di Max Weber secondo cui è l’etica protestante a fondare lo spirito del capitalismo. Niente di tutto questo: molto tempo prima della Riforma il capitalismo aveva già creato ricchezza e benessere. Specie dove maggiormente avevano attecchito le idee di libertà e di uguaglianza proclamate dalla Chiesa. Aveva certamente ragione Weber, invece, nel sostenere che le idee religiose avessero giocato un ruolo fondamentale nella nascita dell’Europa. La sua ascesa si fonda infatti su quattro principali “vittorie” della ragione. La prima fu lo svilupparsi nella teologia cristiana della fede nel progresso. La seconda fu la traduzione in pratica di questa

Fede e ragione: 'credo ut intelligam' e 'intelligo ut credam' (di Padre G. Elia)
fede con le innovazioni tecniche e amministrative. La terza fu che, grazie alla teologia, la ragione pervase la filosofia e la prassi politica favorendo nell’Europa Medievale la diffusione di una certa libertà personale. L’ultima vittoria fu l’applicazione della ragione al commercio, evidente nella nascita del capitalismo all’interno di stati dinamici e sicuri.….

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