Ocse, boom di “neet” e penultimi gli italiani disoccupati

28 maggio 2015, Luca Lippi
Nel tourbillon dei dati c’è anche la classifica OCSE sull’occupazione giovanile e sui “neet” (acrinomo inglese “Not (engaged) in Education, Employment or Training”). 

Ocse, boom di “neet” e penultimi gli italiani disoccupati
Per “neet” s’intendono individui che non sono impegnati nel ricevere un'istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici. 

L’Italia è nel gruppo di coda dei Paesi sott'osservazione OCSE riguardo questa categoria d’individui; peggio dell’Italia c’è solamente la Grecia. Nello specifico la rilevazione OCSE segnala quanto segue: Nella penisola si registra il secondo livello più basso di occupati nella fascia 25-29 anni, appena sopra il 50 per cento a fronte di una media Ocse che si posiziona sopra il 70 per cento. Inoltre, si registra il quarto livello più elevato di giovani catalogati come “Neet”: sopra il 25 per cento in Italia sulla fascia 16-29 anni, con livelli più elevati che si registrano solo in Spagna, Grecia e Turchia. Prosegue l’analisi: si registra la più bassa percentuale assoluta tra coloro che nella fascia 16-29 anni combinano studio e lavoro, appena il 10%, e in Italia è in sostanza nullo il ricorso all'apprendistato.

In generale secondo l'OCSE nel 2013, 39 milioni di giovani di età compresa tra i 16-29 anni nei Paesi membri non avevano un'attività lavorativa né erano inseriti in un percorso di studi o di formazione (sempre in riferimento ai “Neet”), si tratta di 5 milioni di giovani in più rispetto al periodo che ha preceduto la crisi economica del 2008, e le stime per il 2014 non indicano miglioramenti. In proiezione futura, qualora qualcuno dovesse interpretare questi dati come “superflui”, tutto questo si traduce in uno spreco finanziario poiché le competenze acquisite nei percorsi educativi non sono utilizzate a fini produttivi e costituiscono anche un potenziale carico, per i Paesi che se ne occupano, causato da minori entrate fiscali, costi maggiori per prestazioni sociali, un possibile clima d'instabilità sociale dovuto al fatto che una parte della popolazione è disoccupata e demoralizzata. 

I giovani, avverte l'Ocse nello studio, devono essere una ricchezza per l'economia e non un potenziale onere. Conclusione ovvia ma preoccupa il disinteresse annoso della politica al riguardo. 
autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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