La password della settimana: ballottaggi avanti tutta!

28 maggio 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
E prepariamoci all’ardente stagione dei ballottaggi. Sì, perché ormai calcoli, previsioni di voto e relative campagne elettorali sono fatti tutti in funzione degli inevitabili ballottaggi, dato che solo dai ballottaggi, nella maggior parte dei comuni, uscirà un vincitore, salvo casi rari di vittoria di qualche candidato al primo turno con più del 50%.

Reintrodotto nella vita politica europea da De Gaulle quando riformò la repubblica francese con lo scopo di uscire da un’endemica incertezza parlamentare, allora il ballottage, istituto d’antica origine di cui ci è già capitato di occuparci, servì per dare un taglio netto col passato e stabilire bene o male un vincitore chiaro per ogni consultazione elettorale; ma era certo una soluzione d’emergenza. Invece il suo uso elettorale si diffuse, e anche noi lo adottammo nel 1993 per le elezioni comunali: ed eccoci qui, oggi, a “ballottare” per sceglierci i nuovi sindaci. 
Ma se ben ci pensiamo, il ballottaggio rischia di essere una forma ben poco rispettosa della volontà degli elettori. In astratto sembra la votazione più equa possibile, pur nella macchinosità del doppio turno: prendiamo i primi due nell’ordine d’arrivo della prima gara e poi scegliamo tra quei due in una gara successiva. Ma ciò che succede tra il primo e il secondo turno dimostra che le cose non vanno così limpidamente.
Ecco un esempio concreto e recentissimo: l’elezione del Presidente della Repubblica appena avvenuta in Austria.
Il primo turno di votazione ha dimostrato che oggi in Austria nessuno ne vuol più sapere dei vecchi partiti socialdemocratico e democristiano, che hanno preso intorno al 11% ciascuno. Van der Bellen, ex leader dei Verdi, ha guadagnato un dignitoso 21,3%. Ma molto meglio di lui ha fatto Hopfer, capo dell’Fpo di estrema destra, con il suo 35.1%. In termini di maggioranza relativa dubbi proprio non ce ne sono: si è nettamente dimostrato che la sua è oggi la proposta politica preferita dagli Austriaci.  Ed eccoci al secondo turno: gli sconfitti di ogni parte e di ogni estrazione ideologica si coalizzano sul nome di Van der Bellen per fermare Hofer. Così il professore ecologista riesce a prevalere per un soffio, cioè 50,3% contro 49,7%, ma diventa un presidente in negativo: non il frutto di una scelta popolare bensì l’esito risicato di una “battaglia contro” in cui si sono alleati orientamenti politici tra loro opposti. 

Nell’apparente chiarezza, il ballottaggio si rivela uno strumento rozzo e approssimativo, molto lontano dal rispecchiare la volontà popolare. In questo caso poi, quale volontà?
Ma ancor più grave la situazione si ripeterà nell’elezione di nostri sindaci, dove anziché un presidente “garante” si dovrà scegliere un amministratore che governi. 

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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