Da Dylan Dog a Oscar Wilde passando per Rupert Everett: quando il “politically correct gay” fa tendenza e... sentenza

28 novembre 2013 ore 14:17, intelligo
Da Dylan Dog a Oscar Wilde passando per Rupert Everett: quando il “politically correct gay” fa tendenza e... sentenza
di Mario Bernardi Guardi. Tutti hanno quanto meno sentito nominare il detective Dylan Dog, ideato dalla tenebrosa fantasia di Tiziano Sclavi, un autore che, nel mondo del fumetto, occupa il suo bel rango. E di sicuro non sono pochi gli “aficionados” che hanno ben salda nella memoria almeno un’avventura dell’indagatore dell’incubo il quale, come è noto, si muove a suo perfetto agio tra mostri, dèmoni, zombie, alieni, libri maledetti e congreghe sataniche.
Dylan Dog - giacchetta nera, camicia rossa, jeans Levi’s, scarpe Clarks, maggiolone, mai il cappotto, mai l’ombrello, un assistente che lui chiama Groucho, perché è la copia sputata di Groucho Marx ed è dunque un formidabile battutista, surreale e micidiale - è un bel ragazzo, bruno e snello, inquieto e ironico, dotato di una grande sensibilità culturale, decisamente in rivolta contro tanti aspetti del mondo moderno, a partire dalle tecnologie avanzate, e decisamente eterosessuale. Ma, essendo uno spirito aristocraticamente libertario, rispetta tutte le “diversità” e quindi non gli sentirete mai dire una parola contro i gay. Ciò non toglie che (almeno a quel che ci risulta) non sia mai stato accarezzato dall’idea di mettersi all’occhiello il “garofano verde” tanto amato da Oscar Wilde, celeberrimo scrittore, nonché omosessuale un po’ tormentato (si sposò), ma decisamente “militante” (con preferenza per i giovincelli). E in quanto tale, additato al pubblico ludibrio da Sua (Vittoriana & Pudibonda) Maestà Britannica, nell’anno di (non) grazia 1895, imputato in un processo che fece epoca e condannato a due anni di lavori forzati. Bene, si chiederà a questo punto chi ci sta leggendo, ma che “ci azzecca” Dylan Dog con Oscar Wilde? Bè, ci azzecca perché per dar (fumettisticamente) corpo a Dylan Dog - bruno, snello, dai tratti, a un tempo, affilati e delicati - Tiziano Sclavi si ispirò all’attore britannico Rupert Everett . E perché Rupert, omosessuale dichiarato, indossa i panni di Wilde a teatro nello spettacolo “The Judas kiss” e tornerà ad indossarli in una pellicola sugli ultimi anni di vita dello scrittore. Ora, in un’intervista rilasciata al Corriere delle Sera, il nostro Rupert gioca a far il “bello e dannato”, ad uso e consumo delle masse acculturate, presentandosi come un omosex che ha sfidato il mondo con fiammeggianti “outing”, che ha pagato per le sue coraggiose scelte e che ha visto morire di Aids il suo amato compagno. Niente da dire. Solo la constatazione che da qualche anno a questa parte queste “scelte” hanno il sigillo del “politically correct” e che oggi come oggi la bandiera gay gaiamente sventola nel mondo della cultura e dello spettacolo. O no? E allora forse Rupert, che è un tipo colto e ironico - come Dylan e come Wilde - poteva farci su uno spiritoso e polemico pensierino (come ha fatto tante volte, ad esempio, il gay doc Paolo Poli, cui capita di parlare in prima persona femminile, ma che da sempre è polemico nei confronti di ogni vocazione “modaiola”, a partire dal “conformismo dell’anticonformismo”). Qualcosa da dire anche sull’Everett, “colto e cinico abbastanza per non far caso alle ipocrisie”, che va all’assalto di Mel Gibson. Leggiamo: “ Quanto a quella suora conosciuta un tempo col nome di Mel Gibson, quando girava quell’orrendo film su Gesù, ogni mattina prima delle riprese andava a messa col tutto il cast. Una roba da voltastomaco”. A questo punto, noi, con la certezza di dar voce anche a due contraddittori cercatori del Sacro come l’agnostico (con tentazioni gnostico-sincretistico-New Age) Dylan Dog e l’immoralista (con cattoliche rimembranze da “peccatore pentito”) Oscar Wilde, ci permettiamo di osservare che la professione di fede di Mel Gibson è legittima come la professione di omosessualità di Rupert Everett e che se uno crede, fatti suoi. Ragion per cui non c’è motivo di scandalo e tanto meno di voltastomaco se va a messa tutte le mattine e se lo fa anche con tutto il cast del film su Gesù che sta girando. Una “suora” Mel Gibson? Vale come complimento o come offesa? Sarebbe un complimento o un’offesa il termine “prostituto” rivolto a Rupert che, in rotta con la sua cattolica famiglia che cattolicamente lo aveva educato, e quindi trovandosi senza soldi negli anni dell’apprendistato attoriale, si prostituì per sbarcare il lunario, come apprendiamo girovagando in Rete? Poi ci piacerebbe uno straccio di giudizio che spiegasse quell’”orrendo” affibbiato al “Gesù” di Gibson, che, intendiamoci, può piacere oppure fare schifo, però con annessa, piccola piccola, valutazione critica. Caro Rupert, tu che, prestando il volto al disincantato, disarmante, tenero Dylan Dog, dovresti avere con lui, in ogni “indagine”, un certo “stile” ; tu che, indossando, i panni di Oscar Wilde, dovresti prediligere l’aforisma tanto affilato quanto elegante, perché non provi a volare più in alto di uno stomacante conformismo sinistrese?
autore / intelligo
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