Fi come la Dc di Martinazzoli? Il parallelismo di Capezzone e gli "scongiuri". Ricordiamo la storia

28 novembre 2014 ore 13:46, Americo Mascarucci
Fi come la Dc di Martinazzoli? Il parallelismo di Capezzone e gli 'scongiuri'. Ricordiamo la storia
A sentire i bene informati, quando Daniele Capezzone durante il Comitato di presidenza di Forza Italia ha azzardato quel paragone, un po’ tutti, ad iniziare da Silvio Berlusconi, si sarebbero lasciati andare ad ogni tipo di scongiuri.
Capezzone ha utilizzato il termine “quota Martinazzoli” per indicare il risultato di Forza Italia alle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria. Il riferimento al defunto ex segretario della Democrazia Cristiana, l’ultimo della ‘balena bianca’, il primo del rifondato Partito Popolare, inevitabilmente ha fatto sorgere nei presenti il sospetto che, l’ex esponente radicale, stesse celebrando in diretta le esequie del berlusconismo. Ripercorriamo brevemente i fatti; dopo le elezioni politiche del 1992 che registrarono il crollo della Dc allora guidata da Arnaldo Forlani e la lunga scia di avvisi di garanzia che arrivarono sulle scrivanie dei principali dirigenti del partito, lo scudo-crociato decise di affidare le proprie sorti ad un galantuomo, più volte ministro della Repubblica, ma mai sfiorato da scandali di alcun tipo; Mino Martinazzoli godeva della stima generale, compresa quella degli avversari politici. Era un cattolico di sinistra ed in quel momento sembrò il candidato naturale ad unificare le varie anime della Dc, restituendo credibilità e fiducia ad un elettorato che si stava disperdendo. Martinazzoli, soprannominato “crisantemino” per la sua scarsa attitudine al sorriso, non riuscì a risollevare un bel niente, anzi, con lui al timone la Dc precipitò ai minimi storici, sfiorando le attuali percentuali degli azzurri. All’allora segretario non restò dunque che prendere atto che una stagione politica si era ormai conclusa e che, la fine del comunismo, segnava inevitabilmente anche la fine della Democrazia Cristiana, un partito che in Italia era vissuto fino ad allora proprio in funzione anti-comunista (nonostante i tentativi morotei di compromesso storico che però fallirono, non soltanto a causa dei proiettili delle Brigate Rosse, ma soprattutto per l’avversione di larghissima parte dell’elettorato moderato e cattolico ad abbracciare il Pci). Martinazzoli quindi liquidò la Dc dando vita al Partito Popolare italiano, altra esperienza questa destinata a fallire almeno sul piano prettamente elettorale. Insomma, parlare di “quota Martinazzoli”, paragonando gli ultimi risultati di Forza Italia a quelli della morente Dc dell’epoca, è apparso un paragone troppo esagerato, foriero di cattivi presagi. Capezzone in pratica è stato accusato di “gufare”. L’ex pupillo di Marco Pannella in realtà voleva soltanto mettere in guardia Berlusconi e i dirigenti del partito dal concreto rischio di fare la fine della Dc in assenza di un cambio di passo e di strategia. Berlusconi però fu un protagonista diretto di quegli eventi. Lui stesso prese la decisione di scendere in campo alla fine del 1993 dopo aver preso atto che la Dc era moribonda e che gli ex comunisti, allora guidati da Achille Occhetto, rischiavano di conquistare il potere senza avversari in grado di contrastarli. Tentò di convincere Martinazzoli e Segni a creare una larga coalizione di centrodestra capace di comprendere anche la Lega Nord e l’allora Movimento Sociale Italiano, entrambi in forte crescita, ma trovò proprio nel segretario Dc, poi Ppi, un muro impenetrabile; del resto come poteva un democristiano di sinistra cresciuto alla scuola di Moro e Zaccagnini essere favorevole al matrimonio con i missini, allora considerati ancora eredi diretti del fascismo. Essere paragonato a Martinazzoli dunque per Berlusconi non è il massimo, lui che non è pronto ad arrendersi davanti a niente e a nessuno. Martinazzoli non seppe reagire o lo fece molto, ma molto debolmente, contro gli attacchi sempre più violenti che all’indirizzo della Dc arrivavano dalla quasi totalità dei giornali italiani, di destra come di sinistra, dalle infuocate piazze dell’allora Samarcanda diretta da un esordiente Michele Santoro carico di ardore tribunizio, dalle inchieste giudiziarie che dal finanziamento illecito si erano estese alla corruzione e persino alle contiguità mafiose, e trovò opportuno rottamare la Dc; Berlusconi è sì deciso a rinnovare, ma senza rottamare Fi, né passare per un liquidatore o peggio ancora un “becchino” del partito. Delle parole di Capezzone, stavolta forse più che le intemerate di Fitto, ha colpito il suo intraprendente linguaggio da analista politico, memoria storica di fatti e situazioni spiacevoli che sembrano sempre più destinate a riprodursi.
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