Spread a quota 190, effetto 'No' al referendum

28 novembre 2016 ore 14:24, Luca Lippi
Lo spread sale per colpa del “No” (in avanti nei sondaggi)? Anche in questo caso a vincere è il “No”, cioè, non è il risultato del referendum costituzionale a condizionare l’andamento della Spread.
Lo spread ancora nella memoria di alcuni italiani rispecchia il gradimento o meno di una impostazione politica da parte dell’Ue che a piacimento farebbe alzare lo spread a seconda che in Italia siano fatte, bene o male (a loro parere), le cose.
In sostanza, questo non è vero, o è vero in parte, ma sempre minima.
Lo Spread oggi
Lo spread Btp/Bund tratta a 188 punti base, a causa delle solite problematiche che affliggono il sistema bancario italiano e sulla paventata inadeguatezza delle coperture sui crediti deteriorati di alcuni istituti italiani.
Lo spread è la conseguenza (principalmente) della scarsa performance dei mercati azionari europei al confronto con quello americano e giapponese
Gli spread in salita, evidenzierebbero un attacco speculativo all’Eurozona, soprattutto in vista della grande incertezza che caratterizzerà il quadro politico nel Vecchio Continente, anche a seguito degli importanti appuntamenti elettorali del 2017. 
Sarà necessario capire se questa tendenza dei mercati proseguirà in maniera più evidente nel corso delle prossime settimane e/o mesi, diventando un tema significativo, ma la conclusione è sempre la stessa, troppa volatilità!
E soprattutto i mercati non hanno tempo da perdere con le vicende politiche che sono solo delle sporadiche invasioni di campo o poco più.
Lo spread e il referendum
È probabile che risenta, nelle ore a ridosso dell’ufficializzazione del risultato, di qualche ‘scossetta’, ma nella sostanza  lo spread Btp/Bund resterà sopra i 180 punti base giacché i rendimenti dei Treasury sono sui massimi da un anno, e il differenziale con il decennale tedesco su livelli che non si vedevano dalla fine degli anni ’80. 
Tuttavia la Bce troverà il modo di riportarlo in poche ore sotto i 150 punti!
Per gli esperti il costo di finanziamento di Berlino dovrebbe restare in area 0,25%, con il focus del mercato che mano a mano si sposterà sulla riunione della Bce dell’8 dicembre.

Spread a quota 190, effetto 'No' al referendum

Analizzando lo spread all’epoca del suo massimo fulgore, più mediatico che funzionale alla Finanza e ai Mercati, la crisi del 2012 non ha avuto alcuna origine riscontrabile nello spread.
La crisi concretamente fu originata neanche troppo dalle politiche di austerità, ma dalla “garanzia” di tali politiche, che se da una parte proteggevano l’Italia dal cadere nelle spire della troika dall’altra ha desertificato artigiani, commercianti, piccola e media impresa, azzoppando irrimediabilmente il manifatturiero.
La politica di austerità non face affatto scendere lo spread, ma l’intervento della Bce e di Mario Draghi; in sostanza prima il “whatever it takes” (luglio 2012), e il Qe dopo (marzo 2015), hanno disteso e livellato i tassi fino a portare il differenziale a quota 100. Questo discorso vale anche per la presenza di Matteo Renzi al governo, nel senso che lo spread non si sta rialzando a causa della sua presenza o delle sue politiche.
Nemmeno la “catastrofica” Brexit è riuscita a provocare “l'apocalisse dello spread italiano”. 
Ma allora perché lo spread in queste settimane, e nelle ultime ore testa quota 200 senza troppi rimorsi? 
Con il Quantitative easing, gli acquisti di titoli di stato italiani dovrebbero essere pari a circa 7¬8 miliardi di euro al mese. Chi ha una “forza di fuoco” capace di vendere quote superiori facendo quindi salire il rendimento dei Btp italiani? 
La risposta è nel fatto che sono diminuiti gli acquisti di titoli di stato e logicamente aumentano i rendimenti. Se poi si vuol continuare a credere che lo spread salga per via del referendum, allora si chieda a chi mette in giro certe voci perché in Spagna proprio ora che ha un governo dopo 12 mesi di travaglio e lo spread a quota 100, oggi vede salire lo spread a 140.
Poi ci sarebbe da analizzare anche la vicenda che vede lo spread sulle pagine dei quotidiani internazionali, sempre forzosamente accostato al referendum costituzionale, mentre alla Spagna è stato sempre riservato un trattamento meno ‘invasivo’ limitando i commenti al suo Pil che cresceva nonostante l’instabilità politica.
In conclusione, gli investitori indipendentemente dal fatto che vinca il Sì o che vinca il No troveranno la scelta sul destino dei suoi investimenti invariata, e cioè scegliere fra un titolo di stato italiano che rende 2,1% e un omologo statunitense che rende 2,4%. E in ogni caso, finiti i commenti e gli strali da parte di commentatori di ogni genere, lo Spread scenderà nuovamente e serenamente sotto i 150 punti. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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