La password della settimana è "Terremoto"

28 ottobre 2016 ore 12:10, Paolo Pivetti
Come il postino, anche il terremoto suona sempre due volte. E ben lo sapevano, lo temevano, le popolazioni della zona tra Marche Umbria e Lazio che certamente da Amatrice ad oggi non hanno mai dormito sonni tranquilli.
La parola stessa terremoto, dal latino terrae motus, si accompagna a un antico terrore dell’uomo: sentire la terra che si muove sotto i propri piedi, sotto le fondamenta della propria casa, facendo tremare, e a volte crollare, tante delle certezze faticosamente costruite in una vita; e sovente seminando morte. 

La scienza, sin dall’Ottocento, ha raffreddato l’emotività sostituendo questa parola temuta con un’altra, razionale e scientifica: sisma. Viene, come molte parole scientifiche, dal greco: sèismos, “scossa”, che deriva dal verbo  sèio, “scuoto”. E su sisma sono stati costruiti altri vocaboli legati al fenomeno: sismo-logìa, sismò-logo, sismò-grafo, scala sismica eccetera; fino all’ultimo e più crudele: sciame sismico. Sciame, in latino examen dal verbo ex-ago, cioè “esco”, “me ne vado”, si usa propriamente per indicare quel nugolo di api operaie che si levano in volo insieme con la regina uscendo dal proprio nido per fondare altrove una nuova colonia. La parola è poi applicata a tutto ciò che si muove insieme, in moltitudine: dalle cavallette ai passerotti, dai motociclisti in autostrada ai gruppi di giapponesi in un museo. Anche i bambini sciamano uscendo da scuola. (O sciamavano, prima che ci fosse la mamma ad aspettarli col suv.)

La password della settimana è 'Terremoto'

Ma quale involontaria crudeltà nella gentile immagine di sciame sismico per indicare quella serie interminabile di scosse che tolgono il sonno perché si accompagnano, precedendola e poi seguendola, alla scossa più violenta, quella che genera il disastro.
C’è però anche uno sciame di problemi che seguono il terremoto, e non sono di natura geologica, ma culturale. Perché se nel Seicento era la superstizione religiosa ad alimentare la caccia agli untori e alle streghe, oggi c’è la superstizione scientifica, basata sulla convinzione dell’infallibilità onnipotente della scianza, ad alimentare, persino con fior d’inchieste giudiziarie e di condanne, la caccia ai responsabili che non hanno saputo prevedere. 
Il terremoto apre domande alle quali non basta rispondere dando la colpa all’opera dell’uomo, come fece due mesi fa un vescovo in occasione di Amatrice. 
Forse una risposta, ma di ben altro tenore, la si trova nella Lettera di san Paolo ai Romani: “Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” perché “nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.” Stupenda proiezione metafisica che include in sé tutti i drammatici accadimenti del naturale. Certo, non è un discorso scientifico, è un discorso di fede. Di fede, appunto...

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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