La parola della settimana: ciao

29 agosto 2015, Paolo Pivetti
La parola della settimana: ciao
Ciao vacanze! E diciamo ciao per non dire addio. Ciao vacanze, ciao spiagge incontaminate, ciao pinete odorose e balsamiche, ciao montagne purissime, cime inviolate, magica cornice di passeggiate rigeneranti...

Ma di che stiamo parlando? Chi le ha viste, le spiagge incontaminate, le pinete odorose nonché balsamiche, le montagne purissime e inviolate?

A tutte queste cose abbiamo detto ciao, anzi tragicamente addio, ma non la settimana scorsa: cinquanta, sessanta, forse settant’anni fa, quando, col boom che ci salvò dalla fame, si fece avanti l’armata di Messer Cemento, l’invincibile armata decisa a spanare il terreno per l’arrivo del grande numero. Ed eccolo qui, il grande numero, incontrastato e vincente signore anche delle vacanze, espressione trionfante della globalizzazione. 

E allora, salvo qualche privilegiato che ha potuto rifugiarsi in isole lontane o in terre remote, diciamo un mesto ciao, e senza troppa nostalgia, a spiagge affollate e chiassose, assordate dalla base di qualche rocchettaro, rastrellate da formazioni compatte di vu’ cumprà; e diciamo ciao a quelle balsamiche pinete che un tempo si estendevano lungo queste spiagge, e furono velocemente rase al suolo per far posto a condomìni, casette, villette a schiera, alberghi e albergoni; e ancora ciao a quelle montagne un tempo incontaminate, ma attaccate anch’esse dal cemento, ai loro paesini il cui profilo è deformato per sempre...

 “Il tempo del bello è finito” aveva già anticipato con profetica saggezza Wolfgang Goethe due secoli e mezzo fa.
Ora, per distrarci dal dolore pungente di quanto abbiamo perduto, parliamo di questo benedetto ciao, il più italiano dei saluti. Ecco la sua storia.

Dobbiamo risalire al latino del basso impero: slavus o sclavus, era nome di un popolo, quello slavo appunto. Poi venne anche a significare “schiavo”, perché molti, a seguito di varie guerre, furono gli slavi fatti prigionieri e poi ridotti in schiavitù. Passando all’italiano, ecco, dalla stessa origine, slavo e schiavo. Ma che c’entra tutto questo con ciao? Vediamo.

In veneto, schiavo diventa sciavo o anche, per contrazione, sciao, e sappiamo come nel Settecento, in una società dominata da forme cerimoniose, questa parola servisse per comunicare deferenza e rispetto: sciao, cioè schiavo, come per dire servo vostro, schiavo vostro. Poi, nella lingua di tutti i giorni sciao diventò un saluto sempre più diffuso nella Serenissima. Passando in Lombardia, terra meno cerimoniosa e più sbrigativa, sciao perse la s e diventò ciao. Ecco fatto. In tempi più recenti, dalla Lombardia ciao si è diffuso in tutta Italia, e oggi ormai viaggia per il mondo.

Ciao a tutti, anche al bello che non c’è più.

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autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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