Scorte ai ministri: anche la Bonino ha la sindrome-Finocchiaro

29 aprile 2013 ore 12:38, Francesca Siciliano
Scorte ai ministri: anche la Bonino ha la sindrome-Finocchiaro
Forma o sostanza? Forma senza dubbio. Emma Bonino, la radicale neo-ministra degli Esteri, a pochi minuti dal giuramento, ha dichiarato prontamente: «Se mi impongono la scorta vorrei non essere dileggiata. La scorta è una grande rottura». Nulla da eccepire, per carità. Ma per quale motivo la Bonino ha così tanta paura di essere dileggiata (o insultata, o derisa, o sbeffeggiata) per l'assegnazione di una scorta? Torniamo al discorso di partenza: il problema d'oggi è la forma.
Vediamo il significato di scorta: azione di accompagnare qualcuno a scopo di protezione, guida, sorveglianza. Da qui anche il fare la scorta alle autorità. Il seguire qualcuno a “scopo di guida o di sorveglianza” presuppone un accompagnamento in qualsiasi luogo, in qualsiasi situazione, in qualunque circostanza. Ikea compresa. Come scordare la senatrice Finocchiaro che venne pizzicata da Chi nell'ipermercato in compagnia di due nerboruti giovanotti intenti a spingerle il carrello? Una scusa che permise a molti  di soffiare sul fuoco dell'antipolitica. E che alla sicula senatrice, dicono alcuni, è costata la poltrona di Capo dello Stato. Ora. La Bonino, prima ancora di sedere alla scrivania della Farnesina, messo le mani avanti. Per la serie excusatio non petita. Sa già che la scorta le verrà imposta in quanto titolare di un ministero prestigioso e, se vogliamo, anche “pericoloso”. E sa pure che, nel caso in cui dovesse andar dal parrucchiere, gli agenti dovrebbero seguirla, volente o nolente. Anche perché, sebbene possa sembrare superfluo e inutile assegnare un dispositivo di sicurezza per taluni personaggi, per quale motivo chi ne è soggetto deve essere costretto a “giustificarsi”? Avere la scorta, se una volta era sinonimo di prestigio e potere (anche in quel caso si badava esclusivamente alla forma), oggi nell'immaginario collettivo del “popolino” sembra essere un mero volersi mettere in mostra a tutti i costi o, peggio ancora, passare da vigliacco. Ma ragioniamo: se a Berlusconi son riusciti a tirargli una statuetta del Duomo e un cavalletto da fotocamera, alla Finocchiaro da Ikea, non le avrebbero potuto tirare una “padellata”?    
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