La tragedia del Norman Atlantic un caso di studio per la Marina: il ricordo dei sopravvissuti

29 dicembre 2015 ore 15:58, Americo Mascarucci
E’ trascorso un anno esatto dal naufragio del traghetto Norman Atlantic a largo delle coste albanesi (era il 28 dicembre del 2014) e i ricordi sono ancora ben nitidi nella mente dei sopravvissuti e di quanti a vario titolo si sono trovati a vivere quelle ore davvero drammatiche. 
Era l'alba quando venne diramata la notizia di un grave incendio scoppiato a bordo del traghetto di bandiera italiana Norman Atlantic, con circa 500 persone a bordo, mentre navigava da Igoumenitsa (Grecia) ad Ancona. La nave si trovava nel Canale d'Otranto, a circa 30 miglia dalla costa italiana. 
"Le condizioni meteorologiche nella zona - ricorda la Marina in una nota - sono estreme, mare in burrasca, con onde di 6 metri e venti fino a 40 nodi (75 km/h). La macchina dei soccorsi scatta immediatamente. Due navi della Marina e la componente aeronavale intervengono in soccorso dei passeggeri". 427 le persone salvate.
"La gestione dell'emergenza in occasione del naufragio della Norman Atlantic al largo delle coste albanesi, è diventato un vero e proprio caso di studio per sinergia, coordinamento e capacità operativa espressa dai mezzi intervenuti, in primo luogo la componente aerea e navale della Marina". Lo sottolinea la stessa Marina Militare in una nota in cui ricorda, a un anno di distanza, il tragico evento.
Ma sono soprattutto i ricordi dei sopravvissuti a rendere meglio di ogni altra cosa il dramma di quei momenti vissuti pericolosamente. Un dramma che si evince ad esempio nel racconto fatto all’Adnkronos dal capitano di fregata medico della Marina Militare Domenico Spada che alle 11 di sera del 28 dicembre 2014 fu calato dall'elicottero sul traghetto Norman Atlantic, in fiamme e alla deriva. "Eravamo nel buio più totale, in piena burrasca, in balia di onde alte 6 metri – ricorda - C'era una pioggia fitta e insistente e il vento soffiava forte. Era difficile persino stare in piedi. Ricordo il fumo denso che bruciava gli occhi e le gola. Il ponte era inclinato e lì c'erano già tante persone, bagnate, infreddolite, terrorizzate. Si accalcavano una addosso all'altra per vincere il freddo intenso di una notte invernale di fine anno in mare aperto".
Un anno fa faceva freddo e non c’era il clima mite di questi giorni di fine 2015.
"Il team era composto da 4 militari: un infermiere, un ufficiale pilota, un operatore di volo e io che sono un medico - continua - Siamo partiti a bordo di un elicottero, e in un primo momento ci hanno calato intorno alle 4 del pomeriggio sul traghetto Cruise Europa, precettato nella zona delle operazioni per dare assistenza ai naufraghi che lì venivano trasferiti. Ma in serata la missione cambia. Intorno alle 22.30 ci viene dato l'ordine di andare direttamente a bordo del Norman Atlantic per agevolare le operazioni di recupero".
"A bordo era l'inferno - ricorda il medico - le fiamme lambivano a tratti anche il ponte su cui ci trovavamo, mentre nella pancia del traghetto avvertivamo ogni tanto delle esplosioni. La nave, intanto, si inclinava sempre di più. Il primo passo è stato capire quante persone si trovavano a bordo e in che condizioni. Abbiamo esplorato ponti e locali ancora accessibili. La maggior parte delle persone, infatti, per sfuggire al freddo erano rintanate in quei pochi ambienti rimasti agibili. Ma era tutto pieno di fumo e rischiavano un'intossicazione. Le abbiamo fatte uscire. Una volta radunati tutti, abbiamo comunicato via telefono satellitare la necessità di acqua e coperte termiche. Le persone erano stremate, stanche, disidratate, spaventate. Il materiale ci è arrivato tramite elicottero dalla nave anfibia San Giorgio, che operava nel raggio di un miglio da noi, coordinando le operazioni e funzionando come piattaforma da cui decollavano gli elicotteri in assetto notturno".

La tragedia del Norman Atlantic un caso di studio per la Marina: il ricordo dei sopravvissuti
Commovente anche il racconto di un altro soccorritore, il tenente di vascello Michele Spada intervistato dal quotidiano "Il Tempo". "Mentre ci calavano dall’elicottero sul ponte della Norman Atlantic, quello che mi ha impressionato è stato il fumo: avevo difficoltà a respirare e mi sono chiesto come avessero fatto i passeggeri a resistere. Poi, non appena ho messo piede sulla nave, mi sono accorto che non si riusciva a tenere l’equilibrio. Le scialuppe di salvataggio erano inutilizzabili; abbiamo provato a calare le scalette, ma il traghetto era troppo inclinato, le lamiere laterali erano incandescenti e i mezzi di soccorso non riuscivano ad avvicinarsi a causa del forte vento e del mare molto mosso. L’evacuazione aerea era l’unica soluzione".
Poi il tenente conclude: "C’è un’immagine che non dimenticherò mai: prima di lasciare la Norman Atlantic, noi quattro ci siamo seduti per terra sul ponte dove eravamo stati in piedi per tante ore, appoggiati su una delle paratie, siamo rimasti con gli occhi chiusi e il volto rivolto verso il sole per cinque minuti, in assoluto silenzio. Eravamo sfiniti, ma soddisfatti".
Un dramma che oggi in tanti a distanza di anni hanno la fortuna di poter raccontare. 

 

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