Si torna sul taglio Ires e Irpef: ma senza coperture quando e come sarà?

29 febbraio 2016 ore 16:58, Luca Lippi
Matteo Renzi cerca alleati in Europa per coordinare il taglio fiscale, da impostare nel 2016 e rendere operativo dal prossimo anno, in buona sostanza cerca di aumentare le voci per fare pressione sull’Europa, l’obiettivo è il solito aumento della flessibilità già a più riprese negato. 
Ritorna il mantra di sollevare gli italiani dalla pressione fiscale, stavolta cercando di poter arrivare a dire senza alcuna possibilità di smentita che le tasse sono state abbassate. Tuttavia l’incipit è già viziato, nel senso che da Palazzo Chigi dicono di voler lavorare per abbassare la pressione fiscale che oggi è al 43%. Il vizio sta nel fatto che la pressione fiscale non è affatto al 43% ma al 50,2% (certificata dalla Cgia di Mestre), e se i prodromi sono questi già è piuttosto chiaro che sarà il solito giochino sui numeri promesso e non mantenuto (almeno fino ad ora) che dobbiamo aggiungere a tutta una serie di promesse non mantenute e quando mantenute, inutili visti i risultati finali.

Si torna sul taglio Ires e Irpef: ma senza coperture quando e come sarà?
Comunque sia, almeno nei propositi, la questione è la seguente: aumento dell’Iva congelato per 3 anni, taglio dell’Ires di 4 punti senza superare il tetto del deficit del 3%, sul fronte interno si lavora per un taglio dell’Irpef già fissato per il 2018 che si spera di anticipare. Per farlo, è necessario sfiorare il 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Allo studio la riduzione di 6 punti del cuneo fiscale, con un impatto da valutare sulle pensioni future.
Ma le coperture? Il discorso è sempre lo stesso, la spesa è in deficit, e allora l’Europa o la prenderà come una provocazione oppure lascerà corda per poi inevitabilmente tirare all’improvviso com’è successo con la Grecia, perché davanti sono tutti sorrisi ma concretamente se vuoi stare in gruppo (l’Eurozona) devi anche rispettare le regole.
I conti al momento che non sono stati resi completamente pubblici per evitare di essere screditati in partenza sono che per finanziare l’operazione si chiederà di poter tornare al limite del 3% del rapporto deficit/Pil nel 2017. 
Morando (vice ministro dell’Economia) già frena sulla questione, intanto ci tiene a precisare che dal primo gennaio del 2017 scatterà una riduzione di quattro punti dell’aliquota Ires (imposta sul reddito delle società) e non sarà possibile anticiparlo al 2016, riguardo il taglio dell’Irpef se parla al 2018. Cercare di unire tutte e due le misure al 2017 sarebbe troppo costoso giacché tenere congelate le clausole di salvaguardia costa già di suo 15 miliardi di euro. 
Il governo ragiona anche sulla riduzione del cuneo fiscale che grava sul lavoro e sull’impresa, misura più veloce per recuperare risorse, ovviamente quest’ultima ipotesi ha vantaggi assai limitati nell’immediato (lavoratori e imprese avrebbero un risparmio di 50 euro mese circa sui redditi più elevati e 20 euro su quelli meno “importanti”), lo svantaggio in assoluto è quello di ritrovarsi a dover pagare questo infimo guadagno sulla pensione futura che già ridotta ai minimi termini per la recente riforma subirebbe un ulteriore sfoltimento.
Altra ipotesi al vaglio del Governo è quella di tagliare di sei punti il cuneo dei neo-assunti, tre punti a carico del datore e tre del lavoratore per sempre. Ci sono due strade per attuarla: attraverso l’Irpef, diminuendo le aliquote, oppure tagliando i contributi previdenziali, ovvero gli accantonamenti per la pensione. Il taglio vale 125 euro al mese e circa 1500 euro l’anno ma in caso che la metà venga dirottata ai fondi pensione per rifarsi del mancato contributo previdenziale in tasca al lavoratore rimarrebbero 43 euro.
Se attraverso queste manovre sul cuneo fiscale si riuscisse a congelare definitivamente (nell’ipotesi del taglio ai neoassunti) o temporaneamente il rischio delle clausole di salvaguardia, rimane aperto il caso che le manovre sono tutte sul filo di lana, nel senso che va tutto bene finché non succede qualcosa che richiede un esborso straordinario di risorse. L’Europa non può, comprensibilmente, accettare che uno stato membro lavori senza avere le spalle coperte. 
Fino ad ora la flessibilità è stata utilizzata per concedere bonus, e questo non è concepibile perché all’Europa non interessano affatto le questioni elettorali interne, se offrono concessioni queste devono servire per creare concrete occasioni di sviluppo. Fino ad ora si sono finanziate "scommesse", in due anni l’Italia è cresciuta molto meno di altri Paesi pur contando sulle medesime risorse degli altri, ora Renzi chiede una “raccomandazione” ai colleghi europei per ricostruirsi una credibilità operativa che ha deluso anche i più rigorosi europeisti di casa nostra. Stavolta l’Europa cosa chiederà in cambio per ricostituire il merito creditizio di un Paese sprecone nonostante il sacrificio del suo popolo? 

autore / Luca Lippi
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