Istat: retribuzioni a +1,3% nel 2015, ma non è sufficiente. C'è un nuovo rischio deflazione?

29 gennaio 2016 ore 11:50, Luca Lippi
I dati Istat sulle retribuzioni contrattuali orarie indicano che a dicembre 2015 rimangono le medesime del mese di novembre e in crescita dell'1,3% sul 2014. E’ stata “sorpassata” la dinamica dei prezzi, che nel complesso dell'anno scorso erano saliti dello 0,1%. Nella media del 2015 la retribuzione oraria In Italia è cresciuta dell'1,1% rispetto all'anno precedente, e alla fine di dicembre 2015 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore riguardo la parte economica coinvolgono il 60,9% degli occupati dipendenti e corrispondono al 58% del monte retributivo in esame. Un incremento tendenziale dell'1,8% riguarda i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.

Istat: retribuzioni a +1,3% nel 2015, ma non è sufficiente. C'è un nuovo rischio deflazione?
Nell’energia gli incrementi tendenziali maggiori a dicembre, con riferimento ai settori presso i quali si registra il maggior numero di impiegati, fra i principali troviamo: energia e petroli (4,4%); estrazioni minerali (4,2%); energia elettrica e gas (3,9%)
Si sono registrate variazioni nulle nel settore delle telecomunicazioni, del credito e assicurazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione. 
Tra i contratti monitorati dall'indagine, nel mese di dicembre è stato recepito un nuovo accordo e uno è scaduto. Alla fine di dicembre la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo era del 39,1% nel totale dell'economia e del 21,3% nel settore privato. L'attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è in media di 56,4 mesi per il totale e di 35 mesi per quelli del settore privato.

Il dato certo non è significativo al momento ma di sicuro è confortante per determinare che il motore “si accende ancora”. Spieghiamo meglio, la deflazione che Mario Draghi sta cercando di combattere in Europa, in Italia è stata procurata principalmente da una sostanziale stasi degli stipendi. In sostanza se il potere di acquisto degli stipendi medi scende, e purtroppo la disoccupazione che ancora sferza la nostra economia ma anche quella di altre aree geografiche in Europa, comporta una minore spesa verso i consumi di beni e servizi. Il bonus di 80 euro è stato l’emblema di quanto certe percentuali di crescita non sono affatto sufficienti. 
Mettere in crisi il comparto dei produttori di beni e servizi procura nuova disoccupazione nel medio termine, e questo non può essere un buon segnale. Una crescita degli stipendi medi soprattutto in riferimento ai prezzi correnti è un buon segnale, ma non è ancora sufficiente per dare man forte al Qe che sta cercando di fare aumentare l’inflazione, se invece gli stipendi non crescono in percentuali significative il processo che si innesca è la deflazione e allora diventano due forze uguali e contrarie e la lancetta della ripresa stenta a muoversi. 
Attendiamo sviluppi sul rinnovo dei contratti di lavoro altrimenti la strada più veloce è quella di far crollare i prezzi al consumo, ma a quale costo?

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]