Draghi teme la svalutazione delle monete mondiali per il Brexit. Perché?

29 giugno 2016 ore 13:06, Luca Lippi
Riscuote grande apprensione quanto affermato da Mario Draghi al vertice Ue, invero non ha detto nulla che non sia facilmente comprensibile usando un' enfasi lievemente meno avversa alla comprensibile incapacità interpretativa di chi non si occupa professionalmente di Scienza Economica.
La frase è la seguente: “Temiamo le reazioni dei Paesi che provino a correggere ciò che loro vedono come un tasso di cambio errato, cosa che potrebbe innescare svalutazioni competitive e incrementare i premi di rischio e le turbolenze”. La frase è stata pronunciata all’interno di una dissertazione assai più articolata con la quale il presidente della Bce sottolinea il rischio che il Brexit “può” innescare una corsa alle svalutazioni competitive delle monete in tutto il mondo.
Intanto  si dovrebbe cercare di far capire cosa significa “svalutazione” e quali implicazioni ha sull’economia. Se si fa in modo che la moneta di un Paese o di un’area geografica si svaluti, ovvero si fa in modo che valga molto meno delle monete degli altri Paesi, si fa in modo che altri paesi con la loro moneta (più forte) possano comprare più merci nel paese dove la moneta è stata svalutata.
In apparenza questo sembrerebbe positivo, tuttavia è importante una riflessione preventiva, l’economia europea, e più in generale, globale, è basata sull'alta finanza e sulla speculazione finanziaria e non più come una volta sulla produzione. 
Se un Paese principalmente compra e vende meno, è come un’azienda che compra più di quello che vende, un disastro gestionale. Se l’euro svaluta troppo aumenterebbero le vendite, e questa è una cosa buona, ma si dovrebbe contestualmente svalutare il costo del lavoro perché comprensibilmente i Paesi concorrenti andrebbero a comprare massa di euro tale per compensare il cambio della loro moneta allo scopo di entrare in concorrenza e poter vendere a loro volta per non rischiare di comprare più di quello che vende. Il circolo vizioso che si innesca sarebbe quello di abbassare i prezzi per continuare a vendere più di quello che si compra.

Draghi teme la svalutazione delle monete mondiali per il Brexit. Perché?

Tagliare il costo del lavoro drasticamente per far scendere il costo dei prodotti destinati alla vendita depaupera il bene prodotto che corre il rischio di non essere comprato perdendo la competitività commerciale. Risultato finale, crolla il Pil della zona euro.
Ricapitolando, il problema non è il Brexit, ma è la finanziarizzazione e la speculazione finanziaria, quindi se non era il referendum britannico, nel medio termine sarebbe stata la totale assenza di politiche mirate a riformare la produzione industriale a causare la svalutazione globale.
Un terremoto che è diretta conseguenza della globalizzazione dove entrare in concorrenza con Paesi dove il costo del lavoro è ridotto all’osso trascina le economie più sviluppate a deprezzare il proprio costo del lavoro erodendo le basi imponibili e quindi le entrate per il Tesoro dei vari Paesi che nel frattempo continuano a indebitarsi e aumentano gli interessi da pagare (oltre depauperare la qualità delle proprie produzioni).
Alla fine, non sarà che la reintroduzione dei dazi doganali e la nascita di una federazione di macroregioni ad autonomia economica e finanziaria sia la soluzione più veloce? Non sarà che la Germania è stata colta di sorpresa dalla Brexit perché era sul punto di abbandonare essa stessa l’Ue? Del resto, se una nazione si erge a ruolo di leader economico di un’area monetaria, o si fa carico dei problemi di tutti oppure è bene che abbandoni il ruolo egemone e concorra da sola, come ha deciso di fare l’Inghilterra che non ha alcuna intenzione di tagliare il costo del lavoro dei propri sudditi per rincorrere un obiettivo tutt’altro che “comunitario”.
Il settore più debole è quello bancario in Italia, tuttavia, il nostro Paese non ha mai fatto ricorso al Fondo salva-stati che equivale a fare entrare la Troika nel Paese (quello che Monti aveva voluto evitare in ogni modo che accadesse), Mario Draghi, sulla falsa riga della condotta Montiana sta cercando di evitarlo a sua volta accendendo i timori ma coinvolgendo “tutte” le economie e quindi provando a invocare l’art.107 dei Trattati che sospende la disciplina degli aiuti di Stato in presenza di eventi eccezionali e, di conseguenza, anche il bail in. 
Nessuno vuole fare la fine di Tsipras e quindi neanche Renzi e Hollande, la soluzione si troverà nella procedura di emergenza già prevista nei Trattati, è quello che Draghi aveva detto prima del referendum quando avvertiva di essere pronto a tutto. Oggi non può dire il contrario, è ovvio, e quindi l’unica interpretazione del suo discorso è mirato a sfumature politiche (che non gli competono), quindi sta cercando di dare la scossa all’Ue che deve cambiare inevitabilmente strategia se vuole sopravvivere così com’è. 
L’ultraliberismo non è mai nato perché sarebbe un aborto, è inevitabile! 
Lo Stato non è una azienda multinazionale, è la proiezione del “sistema famiglia”, deve essere gestito come una piccola media impresa dove manodopera e guida amministrativa sono nucleo di uno stesso corpo e la parola del “buon padre di famiglia” è determinante.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]