Bersani resuscita Berlusconi ma non sarà resuscitato dal Pd

29 marzo 2013 ore 20:24, Lucia Bigozzi
Bersani resuscita Berlusconi ma non sarà resuscitato dal Pd
Bersani “resuscita” Berlusconi sul tavolo di Napolitano. Non è una novità. Come nel 1996 (D’A lema che risvegliò il Cavaliere sconfitto alle urne nei giochi della Bicamerale da lui presieduta), come il 25 febbraio scorso (lo schema Bersani vs Berlusconi, riproposto in barba alle novità grilline e montiane). Bersani dunque “rianima” Berlusconi: è una costante.
E’ un vizio antico quello dei neo-post-comunisti. Che fa rima con “l’ammazza il nemico” (per antonomasia, il Cav) e il “salva il nemico”, nel nome e nel segno di accordi istituzionali (sulle riforme). Fa rima col doppio forno di Togliatti e col più moderno “ma anche” di Veltroni. Solo che, alla fine, ci guadagna sempre (almeno pare) il nemico. Come sembra ciò che accade in queste ore a Bersani, sconfitto nello schema “preincarico” e riconvertitore suo malgrado e paradossalmente di un governo (larghe intese), che lo obbligherà a scegliere se partecipare o ri-fare un favore al Cav. Il giaguaro da smacchiare ha smacchiato lui e ora è il Cav a condurre i giochi del governo che verrà. E pure quelli per il dopo-Napolitano. Da impresentabile ad attore protagonista della scena politica. Al capo dello Stato declina la proposta per evitare il baratro del voto: governo politico di larghe intese. Tutti dentro: Pdl, Pd, Lega e Scelta Civica. Il premier? Va bene pure Bersani o un altro candidato. Mossa per blindare il Pd: se ripropone il niet ideologico dell’antiberlusconismo sarà l’unico responsabile del voto anticipato che potrebbe consentire a Grillo di fare l’en plain; se dice sì, deve anzitutto sconfessare ciò che Bersani ha detto fino a ieri e convincere l’elettorato che ‘beh, abbiamo scherzato, adesso Berlusconi va benissimo’. Giornata convulsa al Nazareno: i renziani sono i primi a dare segni di insofferenza: Gentiloni annuncia in largo anticipo che il partito dirà sì al governo del presidente. Ore 18.30: la delegazione democrat sale al Colle. Un’ora di colloquio poi il verdetto: governeremo col Pdl. Domanda: non potevano farlo subito evitando al paese due settimane di rimpalli, dirette streaming con vaffa…annesso, balletto sulla tipologia del governo (tecnico, politico, istituzionale) e sul premier (tecnico, politico, istituzionale) e una figuraccia internazionale della solita Italietta che galleggia ma non è credibile? Misteri del Nazareno. Il leader del Pd ha fatto tutto da solo: si è intestardito sui grillini e sul diktat ‘mai col Pdl’, ha sbattuto sul Colle, si è autodepotenziato, è stato ‘congelato’ dal capo dello Stato e si è giocato la leadership del partito. La storia si ripete: la sinistra intrisa di ideologia non sa vincere e quando ci riesce – seppure di misura – fa di tutto per farsi sorpassare dall’avversario di sempre. Accadde nel ’96 con la Bicamerale di dalemiana invenzione: anche allora i post-comunisti avevano deciso che Berlusconi doveva essere ‘seppellito’ sotto il conflitto di interessi, ma la sinistra al governo quella legge non la fece, la Bicamerale fallì e il Cav. tornò in sella cavalcando la vittoria elettorale del 2000. Tutto e il suo contrario in 48 ore: dal fallimento di Bersani al sì al governo del presidente. Cosa è cambiato? La guerra interna ai democrat evidentemente ha già prodotto i suoi effetti: correnti, sottocorrenti, giovani turchi, nomenklatura hanno mosso re, regine, cavalli sulla scacchiera del partito. Il braccio di ferro tra tifosi del governo di larghe intese (D’Alema e Weltroni in testa) e contrari, ha visto prevalere i primi. Bersaniani in default. Chi darà scacco matto? In queste condizioni, il partito, partito in campagna elettorale con venti punti di distacco sull’odiato Cav, arrivato primo ma senza vincere con uno scarto dello 0,3 per cento sul centrodestra, uscito con le ossa rotte dalla rotta di capitan Bersani, si prepara ad andare al congresso. Per Renzi, blindato alle primarie con le regole ad hoc delle primarie, si apre un’autostrada. Il Pd sarà al governo con Berlusconi per necessità. La corresponsabilità a senso unico propagandata per due settimane da Bersani, ora la si deve digerire e da una posizione di perfetta parità rispetto agli avversari. Per dirla con Grillo: uno vale uno. Ed è da questa posizione che dopo il governo di larghe intese si apriranno i giochi per il presidente della Repubblica. Bersani o chi per lui, che voleva dettare agenda, tempi e nomi, si ritroverà seduto al tavolo con Berlusconi e Monti, costretto ad un compromesso per l’uomo del Colle. Pd da asso-pigliatutto ad asso-piglia-quelloche-resta. Altro problema piddino: e con Vendola come la mettiamo? Il leader di Sel che ha scelto di restare a fare il governatore della Puglia ha sempre detto ‘mai col Pdl’. Se la logica ha un senso (ma in politica non è sempre così), il sì del Pd al governo con Berlusconi e Monti dovrebbe comportare il no dei vendoliani e la rottura della coalizione di centrosinistra, faticosamente messa insieme da Bersani smacchiando la foto di Vasto. Vendola esce dal Colle considerando “interdetto” qualsiasi governo di coesione nazionale. Per il governatore esiste solo Bersani-premier. Bella grana per i democrat alle prese col rischio dell’ennesimo scisma a sinistra. E Grillo? In fibrillazione. Il governo di larghe intese significa opposizione dura e pura per i cinquestelle. Quello che Grillo vuole per gridare all’inciucio e cavalcarlo elettoralmente in attesa di tornare alle urne. Ma se le larghe intese dovessero funzionare e reggere nel tempo (uno o due anni), per il comico-politico la certezza di ottenere il cento per cento nelle urne al prossimo giro di giostra, potrebbe rivelarsi un boomerang. Perché, secondo l’ultimo messaggio di Bersani, quando si sta fuori si può protestare, ma quando si sta nel parlamento occorre assumersi le proprie responsabilità. Sarà forse per questo che nel pomeriggio i grillini hanno mandato un messaggio urbi et orbi: dopo aver detto no per giorni, dicono che potrebbero appoggiare un premier pseudo-tecnico. Che siano rimasti folgorati sulla via della corresponsabilità, a scoppio ritardato? La delegazione pentastellata raccoglie le idee e a Napolitano ripete il mantra: a noi il governo. Punto. Crimi e Lombardi smentiti dal capo che tuona: “Mai detto governo pseudotecnico”. E giù vaffa…on line ai partiti, ai giornalisti, a tout le monde… Nuovismo pentastellato.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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