La parola della settimana: EMOTICON. Progresso o regressione?

29 novembre 2014 ore 1:48, Paolo Pivetti
La parola della settimana: EMOTICON. Progresso o regressione?
Aldo Nove, di professione poeta, racconta di aver inviato un sms a un’amica proponendole di andare al cinema e di aver ricevuto come risposta quattro piccole icone stilizzate, decrittando le quali il senso era: “Se piove non vengo; se spunta il sole vengo al cinema con te”.
Alla proposta verbale del poeta (forse addirittura in versi, chissà? comunque formulata attraverso le lettere dell’alfabeto) l’amica risponde con un emoticon, un linguaggio di simboli come si trova nelle app più evolute degli smartphone, dove sono le immagini a trasmettere emozioni (emoticon è emotion cioè emozione + icon cioè immagine dal greco eikòn). Dunque siamo al superamento della scrittura alfabetica? O stiamo camminando verso una regressione alla preistoria, a quando l’alfabeto non era stato ancora inventato e per lasciare un messaggio ci si serviva di figure cioè di icone? Chissà. Dopo le icone vennero i geroglifici, poi i caratteri cuneiformi. E in fine ci vollero quei geni dei Fenici per inventare l’alfabeto, prima grande rivoluzione nella comunicazione. Forse non era nelle intenzioni dell’amica di Nove un tal cammino regressivo, e nemmeno un simile insulto alle fatiche del genio umano. Sta di fatto che anche lei, come tutti noi, sta nuotando per tenersi a galla in questo diluvio dei segni e delle icone che ormai ci sommerge. C’è chi si dispera: “Dove andremo a finire?” Calma, non andremo a finire; mettiamoci in testa che siamo già finiti nella civiltà icònica, la civiltà dell’immagine, e non da oggi. E volendo leggere la cosa in senso positivo, di fronte a molte esigenze pratiche della vita d’oggi dobbiamo riconoscere all’immagine, all’icona, un’universalità che certamente manca alla parola, bisognosa com’è di traduzione, la parola, per essere capita. In fondo, da molto prima degli smartphone, e degli emoticon, trovandoci in un aeroporto straniero riusciamo ad orientarci seguendo disegni simbolici che ci dicono “toilette” oppure “controllo doganale” oppure “uscita di sicurezza” oppure “posto di ristoro” o altro: tutti concetti che, se espressi verbalmente, per esser capiti da tutti ma proprio tutti i viaggiatori richiederebbero una lunga lista di traduzioni (e comunque, l’indicazione verbale rimane astratta e non possiede l’immediatezza del segno grafico). Se poi ci mettiamo in automobile, in qualsiasi parte del mondo stiamo viaggiando, abbiamo bisogno vitale dell’iconicità dei segnali stradali per non perdere la rotta. Sì: l’immagine è venuta grandemente in aiuto alla nostra vita. E la civiltà dell’immagine da molto tempo è stabilmente il nostro mondo.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]