Icare e la casa-famiglia: drammi infantili in "La mia vita da Zucchina"

29 novembre 2016 ore 12:35, Adriano Scianca
Si può fare un film di animazione su un tema difficile come l'infanzia in casa famiglia? “La mia vita da zucchina”, tratto dall'omonimo libro di Gilles Paris (Piemme), trasposto cinematograficamente da Claude Barras e adattato da Céline Sciamma, dimostra di sì. La pellicola, realizzata con la tecnica del passo uno, narra la vicenda commovente di Zucchina - così lo chiama la mamma, anche se il suo vero nome è Icare – bambino di 9 anni che perde la mamma in un incidente mentre il papà lo ha già abbandonato da tempo. 

Icare e la casa-famiglia: drammi infantili in 'La mia vita da Zucchina'

In maniera non retorica, il film descrive il difficile ambientamento di Zucchina nella casa-famiglia a cui viene affidato una volta rimasto orfano. Qui troverà altri ragazzini come lui, ognuno con i propri demoni: genitori drogati, madri rimpatriate, padri pedofili o ladri o assassini. Per realizzare il film sono stati usati pupazzi alti circa 25 cm, costruiti artigianalmente combinando materiali diversi (schiuma di lattice per i capelli, silicone per le braccia, resina per il viso, tessuti per i vestiti) avvolti intorno uno scheletro articolabile adattato alla morfologia di ogni personaggio. 

I pupazzi vengono quindi collocati in un set realizzato in scala e illuminati dal direttore della fotografia, prima dell’intervento degli animatori. In totale, otto mesi di riprese per realizzare in media quattro secondi di film al giorno (utilizzando 62 scenografie e 53 marionette, di cui ben 9 solo per Zucchina), seguiti da sei mesi di postproduzione.
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