Diritti tv: ecco perché Berlusconi è ‘interdetto’. Senato: fissato il calendario ma non c’è voto sulla decadenza

29 ottobre 2013 ore 15:42, intelligo
Diritti tv: ecco perché Berlusconi è ‘interdetto’. Senato: fissato il calendario ma non c’è voto sulla decadenza
Da un lato il Senato: la conferenza dei capigruppo che ha fissato il calendario d’Aula fino al 22 novembre ma entro quella data non c’è il voto sulla decadenza di Berlusconi da senatore. Dall’altro, le motivazioni della Corte d’Appello sul ricalcolo dell’interdizione per l’ex premier, stabilita in due anni. E’ su questo che si concentrano le polemiche di giornata, col Pdl sugli scudi. Vediamo perché.
“POSIZIONE DI BERLUSCONI AGGRAVATA DA RUOLO POLITICO”. Per i giudici milanesi “il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato, non più e non solo come uno dei principali imprenditori incidenti sull’economia italiana, ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta”. Nelle motivazioni si legge che “l’oggettiva gravità del fatto deriva dalla complessità del sistema creato anche per poter più facilmente occultare l'evasione, sistema operante in territorio mondiale, attraverso numerosi soggetti, società fittizie di proprietà di Berlusconi o di fatto facenti capo a Fininvest”. Un “meccanismo di contrattazione secretata” lo definiscono i togati “ideato a partire dalla metà degli anni ‘80” che avrebbe provocato un “dallo all’Erario e quindi allo Stato, danno che solo per i due anni sopravvissuti alla prescrizione ammonta a 7 milioni e 300.000 euro”. “LEGGE SEVERINO NON ‘ATTINENTE’ CON INTERDIZIONE”. La legge Severino, come il ricorso alla Corte dei Diritti dell’uomo, ovvero le eccezioni di incostituzionalità della norma sollevate dai legali del Cav., “vanno respinte in quanto irrilevanti nel presente giudizio”. Così il collegio di Milano presieduto da Arturo Soprano che sulla prima questione la considera “fondata sull’erroneo presupposto che l'articolo 13 della cosiddetta Legge Severino contenga un riordino globale della disciplina della interdizione temporanea dai Pubblici Uffici. E’ allora evidente che il legislatore, con la cosiddetta legge Severino, non ha inteso sostituire - come sostenuto, invece, dalla difesa di Berlusconi - la disciplina di durata delle pene accessorie previste dal codice penale e dalla legge 74/2000, ma ha tenuto ben distinte le differenti discipline”. In altre parole: da un lato, “le pene accessorie penali che devono essere irrogate dall’autorità giudiziaria e, dall'altro, la sanzione di incandidabilità, discendente dalle sentenza di condanna, riservata all’autorità amministrativa”. Stesse considerazioni per il ricorso alla Corte dei Diritti dell’uomo. “MEDIASET NON HA ESTINTO DEBITO CON FISCO”. Nelle motivazioni, i giudici scrivono che la difesa di Berlusconi (l’ex premier è stato condannato a quattro anni di reclusione per frode fiscale nell’ambito del processo sui diritti tv) “si è limitata a produrre in causa una mera 'proposta di adesione' alla 'Conciliazione extragiudiziale' formulata solo in data 11/9/2013, con previsione di rateizzazione dei pagamenti a partire dal 22/10/2013 con scadenza al 22/7/2016”. Per i giudici “la semplice proposta di adesione non costituisce comunque presupposto per l’applicazione della disciplina di cui all'art. 13 L. 74/2000 e non è pertanto sufficiente, ex se, per fruire dell'eventuale trattamento premiale”. Ulteriore sottolineatura dai togati: “Nulla precludeva, invero, a Berlusconi Silvio, estraneo alla formale gestione della società, di attivarsi personalmente per estinguere il debito tributario in questione, gravante su Mediaset”. “GRAVITA’ DEI FATTI NON CONSENTE MINIMO PENA”. In uno dei passaggi delle motivazioni della Corte d’Appello di Milano si legge: “Si ritiene che anche la durata della pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici debba essere commisurata alla oggettiva gravità dei fatti contestati e quindi non possa attestarsi sul minimo della pena”. E ancora: “Sotto il profilo soggettivo va valutato che gli accertamenti contenuti nella sentenza della Corte d'Appello, divenuta definitiva ad eccezione del capo qui esaminato, dimostrano la particolare intensità del dolo dell'imputato nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso”.
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