Lo studio del Censis letto nella giusta maniera: gli italiani i MENO INDEBITATI! Ecco perchè

29 settembre 2014 ore 16:57, intelligo
Lo studio del Censis letto nella giusta maniera: gli italiani i MENO INDEBITATI! Ecco perchè
di Luca Lippi Se le attività finanziarie degli italiani fossero solo mutate, senza mutare la ricchezza? E’ uscito uno studio del Censis ma nessuno è stato in grado di interpretarlo nella giusta maniera. Questo è il grande male degli economisti di nuova generazione che cercano l'applauso più che mettere al servizio la loro competenza (e a tale proposito Alfred Marschall diceva che un bravo economista dovrebbe temere ben poche cose come l’applauso). L’osservazione conclusiva dei media sull’argomento stimolato dallo studio del Censis sul cambiamento delle attività finanziarie degli italiani negli anni della crisi è stato allarmante: “Un italiano su tre ha paura di diventare povero”. Ora analizziamo per voi, semplicemente e con la solita metodologia informale per favorire la comprensione, la reale portata dello studio. Il Censis ci dice: “Il valore dei contanti e dei depositi bancari, dal 2007 a oggi è aumentato di 234 miliardi di euro, passando da 975 a 1.209 miliardi, con un aumento reale del 9,2%”. Cominciamo col dire (osservazione ignorata da tutti) che da 975 a 1.209 miliardi l’aumento in termini nominali è del 24%, quindi la differenza rispetto al 9,2% in termini reali (cioè il 14,8%) dovrebbe essere determinata dall’inflazione, detto questo, a chi si occupa professionalmente di Scienza Economica, risulta evidente, e senza calcolatrice, che l’inflazione sarebbe troppo elevata! Prima di approfondire aggiungiamo altri dati estratti dallo studio del Censis. La liquidità pari al 25% del totale delle attività finanziarie degli italiani nel 2007, oggi è pari al 30%. Da qui possiamo facilmente rilevare a quanto ammontavano in totale le attività finanziarie. Se 975 miliardi di euro nel 2007 erano il 25% delle attività finanziarie totali, queste ultime ammontavano a 3.900 miliardi (975x4). Se nel 2014 il 30% delle attività finanziarie totali sono 1.209 (rilevazione Censis a fine del mese di marzo), le stesse ammontano ora a 4.030 miliardi di euro (1.209/30x100). Staremmo per dire che le attività finanziarie totali degli italiani negli ultimi sette anni sono aumentate di 130 miliardi (+13% in termini nominali), mentre quelle liquide (contanti più depositi bancari) lo abbiamo calcolato poco fa, sarebbero aumentate del 24%. I risultati sono assolutamente “distonici”. Poiché noi siamo particolarmente curiosi e ci piace capire piuttosto che leggere superficialmente, siamo andati a prendere il bollettino statistico di Bankitalia pubblicato il 12 dicembre 2013 (competenti ma non solerti!) dal titolo “la ricchezza delle famiglie italiane”. Ovviamente ci parla del 2012 purtroppo ma a noi è più che sufficiente; dal bollettino ricaviamo che le attività finanziarie ammontavano a 3.670 miliardi di euro e il 31,3% riguardava i contanti e i depositi bancari e postali, quindi 1.149 miliardi di euro. 3.670 miliardi di euro per la Banca d’Italia alla fine del 2012 e 4.030 miliardi per il Censis alla fine di marzo di quest’anno, si capisce subito che qualcosa non torna. Sempre dal bollettino Bankitalia ricaviamo che l’aumento dell’incidenza dei depositi bancari sul totale delle attività finanziarie si concretizza già nel 2008, quindi non c’è alcuna relazione con la paura degli italiani di diventare poveri. Spieghiamo perché arriviamo a questa considerazione che è banale; quando si parla di “attività finanziarie”, si intendono tutte le tipologie d’investimento, anche quello azionario che nel 2008 subì una batosta di circa il 50%. Nello stesso periodo il contante e i depositi rimasero invariati in valore assoluto e l’incidenza aumentò del 5% superando la soglia del 30% rimanendo immutata fino ad oggi. Ecco come il Bollettino Statistico della Banca d’Italia distribuiva i 3.670 miliardi di euro, cioè l’ammontare globale delle attività finanziarie detenute dagli italiani alla fine del 2012: Contanti e depositi bancari e postali 31,3%; Obbligazioni, azioni, fondi comuni, partecipazioni varie 42,0%; Riserve tecniche di assicurazioni (fondi pensione ecc.) 18,9%; Titoli pubblici italiani 5,0%; Crediti commerciali e altri 2,8%. Le attività reali (l’83,8% delle quali si riferisce alle abitazioni) venivano valutate in 5.768 miliardi di euro. E quindi il totale delle attività finanziarie in capo agli italiani alla fine del 2012 era pari a 9.438 miliardi di euro (3670+5768). Il totale è di poco sotto a cinque volte in nostro Debito pubblico! Non sottovalutiamo che 895 miliardi sono passività finanziarie (circa la metà rappresentate da mutui su abitazioni), e non vogliamo ignorare neanche le attività detenute legalmente all’estero dagli italiani che ammontano a 320 miliardi di euro. In conclusione gli italiani detengono una ricchezza superiore di oltre quattro volte il debito pubblico, e hanno le passività finanziarie più basse fra tutti i paesi più industrializzati, che tradotto significa che siamo i meno indebitati. E allora perché i media rilevano che un italiano su tre ha timore di diventare povero? Ve lo spieghiamo in maniera facile. Il timore non è in relazione a quanta ricchezza sia disponibile per rassicurare il futuro degli italiani. Investire in modo sicuro oggi comporta avere interessi risibili rispetto alla velocità di erosione del potere di acquisto. Questa erosione è sostenuta solamente dalla capacità di produrre reddito. Il reddito è il lavoro! Dunque gli italiani non temono di diventare poveri, ma temono di perdere il lavoro. E la paura non è infondata purtroppo. Perché il lavoro generi reddito è indispensabile aumentare la produttività e la competitività, due elementi che abbiamo perso totalmente, cui nessuno presta la dovuta attenzione. Gli italiani a causa di questo timore non spendono, e una ricchezza immobile produce stagnazione e dispersione di occupazione, è il risultato del blocco dei consumi e questo ci sta portando alla rovina.
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