Catalogna, secessione bluff: ecco perché finirà come in Scozia

29 settembre 2015, Fabio Torriero
Catalogna, secessione bluff: ecco perché finirà come in Scozia
Un fuoco di paglia. Finirà come in Scozia. Sul processo “irresistibile” che dovrebbe portare alla separazione della Catalogna dal resto del Paese, pesano e gravano falsi storici e falsi ideologici. Se a questo, aggiungiamo l’enfasi mediatico-populista con cui si sta seguendo la vicenda, e le prossime elezioni politiche nazionale (che obbligano a drammatizzare tutto), ne scaturisce un quadro totalmente drogato. Vediamo di fare ordine:

1) La Spagna non è mai stato un paese centralista. Salvo la parentesi franchista (giustificata dalla guerra civile che ha causato oltre due milioni di morti e da evidenti ragioni di ordine pubblico), fin dalla sua nascita, lo Stato si è basato sull’aggregazione federale di più regni (Castiglia, Navarra, Aragona), che hanno formato la “nazione plurale”; regni che poi, gradualmente si sono trasformati in regioni autonome;

2) I “Fueros” spagnoli sono, quindi, una realtà tradizionale, fortemente radicata nel dna iberico: entità autonome, con propri poteri legislativi, amministrativi, fiscali;

3) L’attuale Costituzione monarchica (articolo 5) connota, definisce la Spagna (nel solco coerente della sua storia): “Nazione composta da regioni e nazioni (Paesi Baschi e appunto la Catalogna)”. Non c’è pertanto, un dispotismo di Madrid, né in termini istituzionali, né in termini politici. Il referendum per smembrare la Spagna, non è previsto perché il Paese è già autonomista, non perché è anti-democratico;

4) La Catalogna, fin dal tempo di Pujol, ha goduto di una fortissima autonomia, sempre condivisa dal potere centrale. L’odierna spinta e accelerazione separatista è più legata alla crisi economica e all’insorgere di molle egoistiche dal basso. Molle egoistiche più che identitarie;

5) Il risultato del voto di ieri parla chiaro: Insieme per il sì e i radicali del Cup hanno ottenuto la maggioranza dei seggi, non dei voti. Ergo, nemmeno in Catalogna “l’opzione ultima” ha la maggioranza assoluta. Senza contare poi, la diversa distribuzione del voto nelle altre città catalane (dato da analizzare bene). Se ci fosse un referendum, con domanda secca, sono sicuro che prevarrebbero altre reazioni. E le risposte dei cittadini sarebbero diverse. Al momento penso che lo strappo è ancora una volta, un segnale, che comunque si intende dare al governo centrale per ottenere il massimo di benefit;

6) Quando il presidente catalano uscente, Artur Mas, completerà il processo di separazione, entreranno in campo altre considerazioni: la legittimità costituzionale del processo, l’economia, l’eventuale uscita dalla Ue. Le stesse motivazioni che hanno portato la Scozia a restare nel Regno Unito;

7) Certo, lo Stato nazionale va ripensato. Ma è ancora un importante elemento di mediazione tra il particolare ( i territori) e l’universale (la Ue); proprio per evitare i particolarismi egoistici e le dittature globaliste;

8) Il governo di Rajoy dovrà riflettere in vista della prossima scadenza elettorale (Podemos e Ciudadanos avanzano). Le “ispanizzazioni forzate” non servono, fanno il gioco dei populismi. Ma la monarchia spagnola già per sua natura è la garante dell’unità e delle diversità. Un’azione di promozione della legalità che re Felipe dovrà e saprà assicurare
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