Banche: quali conti correnti hanno aumentato i costi per i clienti

29 settembre 2016 ore 15:29, Luca Lippi
Sta trasformandosi in una iperbole ideologica la questione che vede alcune banche aumentare le spese di conto corrente per compensare l’esborso sostenuto per il “salvabanche”.
L’iperbole sta nel fatto che si vuole far passare questa operazione come una sorta di prelievo forzoso, ma in concreto non lo è affatto, forse solo qualche pecca da parte degli istituti che hanno praticato questa forma vessatoria senza seguire pedissequamente le regole generali della comunicazione fra istituto e cliente, ma nulla di più.
Il fatto è che alcuni istituti di credito starebbero inserendo prelievi una tantum sui conti correnti sotto forma di spese per fare fronte ai maggiori costi sostenuti dagli istituti di credito.
In concreto le chiacchiere stanno a zero, sappiamo tutti la situazione del sistema bancario, e sappiamo soprattutto che le banche non riescono più a trarre profitto dal loro core business, che è quello di prestare soldi.
In sostanza non è neanche il fatto che non siano disposti a prestare soldi (in buona parte anche questo), ma soprattutto nel fatto che i tassi di interesse sono talmente bassi che il rischio non vale la candela. 
E allora che cosa sarebbe successo? È successo che due banche italiane avrebbero fatto una sorpresa ai loro correntisti, alcuni istituti di credito hanno alzato i costi per aumentare di fatto la riserva per il salvataggio delle banche. 
Lo hanno fatto Ubi e Banco Popolare. Altri, come Unicredit, hanno alzato i costi di alcuni profili di conto corrente, pur negando che, una simile manovra, sia collegata alla crisi dei quattro istituti di credito.

Banche: quali conti correnti hanno aumentato i costi per i clienti

Banco Popolare ha fatto sapere ai correntisti che sarà imposta una tassa una tantum di 25 euro da pagarsi entro dicembre a causa dei 152 milioni di euro che l’istituto ha dovuto versare al Fondo Nazionale di Risoluzione rispetto alle decine di milioni che versava abitualmente. E ha quindi deciso di rivalersi sui clienti, e cioè di far pagare a loro l’aumento: ai correntisti è comunque riconosciuto il diritto di recesso.
Quanto a Ubi Banca, il quinto gruppo bancario italiano, interpellato in merito fa sapere che: “L’incremento di 12 euro annui del canone dei conti correnti non è legato a tassi di interesse bassi o negativi o alle condizioni generali dell’economia, ma a un vero e proprio aumento dei ‘costi di produzione’ che la banca sostiene per detenere i depositi della clientela. Tra questi anche il fondo interbancario. Costi che nel solo 2016 ammonteranno a circa 60 milioni e che in precedenza non c’erano. Questi costi verranno condivisi con i clienti (il recupero degli stessi per la banca non è integrale) che in cambio ne riceveranno una sorta di ulteriore assicurazione” sostengono fonti interne.
Per essere intellettualmente corretti dobbiamo segnalare che la pratica non è “accettabile”, ma per questo ci sono le associazioni preposte che tutelano i risparmiatori; gli istituti di credito devono anticipare la variazione dei costi offrendo ai correntisti la possibilità di scegliere se rimanere e accettare le variazioni, oppure cambiare istituto. 
solo nel caso in cui questa comunicazione non fosse avvenuta si configurerebbe una cattiva gestione del rapporto fra cliente e istututo di credito.
Dunque se questo non è successo il risparmiatore ha ottime possibilità per vincere in una controversia senza sostenere alcun costo. 
È tuttavia utile ricordare che alla chiusura del conto corrente saranno applicate delle spese di chiusura cui presumibilmente nessuno ha mai attenzionato adeguatamente giacché nessuno apre un conto corrente con l’intenzione di chiuderlo. 
Seguiranno diverse polemiche sulla questione, e noi ne seguiremo gli sviluppi.

autore / Luca Lippi
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