Caso Marò, Di Stefano (CasaPound): «L'Italia faccia come l'Argentina con le Malvinas»

03 aprile 2013 ore 12:44, Francesca Siciliano
Caso Marò, Di Stefano (CasaPound): «L'Italia faccia come l'Argentina con le Malvinas»
«Riprendiamoci i nostri soldati - Governo Monti incompetente e vigliacco». È questo uno degli striscioni che CasaPound ha esposto ieri davanti a Montecitorio per manifestare solidarietà ai fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sotto processo in India. Ma insieme alle bandiere c'era anche una gigantografia raffigurante una portaerei italiana con la scritta: «Se non ora quando? - Andiamoci a riprendere i nostri soldati adesso». In che modo? Lo chiediamo a Simone Di Stefano, candidato di CasaPound per la corsa in Campidoglio. «Con la forza» risponde perentorio. Senza il timore di esagerare... Invocate un blitz in India. In che senso? «Se l'India condannasse i nostri Marò noi chiediamo che venga quantomeno ipotizzata una soluzione militare, di forza. E l'abbiamo voluto manifestare». Perché? «Per dimostrare a tutto il mondo che siamo incazzati per il trattamento ricevuto, per gli schiaffi in faccia presi dall'India e per l'abbandono da parte di tutti gli organismi internazionali che non hanno tutelato l'Italia in questa fase così complessa. Tanti soldati italiani, in passato, sono morti in missioni estere targate Onu, Nato o Ue. Ma nessuno di questi enti oggi ha voluto appoggiare l'Italia nel tutelare il diritto di riavere a casa i propri soldati. Per questo l'idea esaltare un'azione di forza, di esercitare manovre al largo delle acque del Kerala con la nostra flotta e di chiudere le ambasciate vuol dire prendere una posizione decisiva per ribadire il nostro essere italiani, sia nei confronti dell'India sia nei confronti di tutti quegli organismi internazionali dai quali siamo stati abbandonati». Fiducia nelle istituzioni? «Zero. Anche nei confronti di quelle italiane. Il nostro governo ha sbagliato su tutta la linea». Avete plaudito la decisione di trattenerli in Italia, lo scorso 11 marzo? «Sì e avremmo dovuto continuare. Per una serie infinita di motivi. Primo fra tutti la legge italiana che vieta di spedire i propri cittadini in un paese estero in cui vige la pena di morte: ci saremmo potuti appigliare a quello, facendo leva» Però saremmo stati accusati di disattendere la parola data... «Nei confronti di cosa? Della Suprema corte del Kerala che ha emesso una perizia falsata e fumosa? Mi sembra un paradosso. Cosa dovremmo fare restare inermi a guardare lo svolgimento di un processo? Mi sembra assurdo. Facciamo vedere al mondo che l'Italia vuol mantenere l'onore. E l'unica maniera possibile in questo momento è quella di mostrare i muscoli». Non state esagerando? «Ci rendiamo conto che per l'Italia un'azione di questo tipo è fuori dal mondo. Negli ultimi 60 anni siamo stati abituati a vivere in totale apatia sotto questo punto di vista. Ma tante nazioni fanno così per risolvere le proprie questioni internazionali (gli Usa, la Francia, l'Inghilterra). Non vedo perché anche l'Italia non debba prendere, almeno per una volta, una posizione forte. Ci stiamo facendo ridere dietro da mezzo mondo, per quanto vogliamo continuare così?».          
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