Perché Ligresti fa tremare ancora il capitalismo italiano?

03 febbraio 2014, intelligo
Perché Ligresti fa tremare ancora il capitalismo italiano?
di Gianfranco Libraandi.
Le parate fastose di regime di fronte a uno stormo di aerei e carri armati di cartone non sono finite. Non sarebbe neanche un problema, il problema vero è che per far vedere la forza e la potenza si usano armi sofisticatissime per abbattere solo sagome, poiché il rumore è più incisivo del risultato finale, importante è che non si veda quello che c’è dietro. Parliamo di Salvatore Ligresti, e di un impero noto solo alla finanza (per il Sistema l’ignoranza è benefica) fatto di scatole. Dipinto come una superpotenza, in realtà era solamente un intermediario di lusso e un “camminatore” per le pratiche di routine a commissioni (iva inclusa) salatissime! Classe 1932, origini borghesi siciliane, studia da ingegnere al nord e debutta a Milano per fare affari. In città c’è un suo compaesano, tale Michelangelo Virgillito, arricchitosi comprando terreni dagli italiani in fuga dalla guerra. Con operazioni spericolate Michelangelo investe il patrimonio nell’acquisizione di Liquigas, e una volta consolidati, patrimonio e fama, investe i ricavi di Liquigas per sviluppare Lanerossi e Assicuratrice Italiana. Michelangelo, semi analfabeta, si avvale di collaboratori qualificati e cerca giovanotti svegli e presentabili per proseguire nelle sue spericolate (più che altro sprovvedute seppur fortunose) imprese, ordina al direttore generale di Liquigas, tale Antonio La Russa (padre di Ignazio), di assumere Salvatore Ligresti. Le spericolate peripezie di Michelangelo Virgillito giungono a un punto di non ritorno (vero che la fortuna è importante negli affari, ma la competenza del manovratore negli affari non è da meno) e si ritira a vita privata lasciando tutto a Raffaele Ursini, meno competente (se possibile) di Michelangelo che fallisce e ripara in Sudamerica. Liquigas aveva in portafoglio la Sai assicurazioni sulla quale piomba come un falco Salvatore Ligresti e ne assume la guida e il controllo. Siamo negli anni Settanta, è l’epoca della finanza aggressiva e di leggi che regolano il mercato dei capitali, assai meno rigide di adesso, che sono rigide solo per chi non ha capitali! Cuccia ha bisogno di capitali per contrastare l’assalto a Bastogi da parte di Sindona che, pare, faccia uso dei capitali di Cosa Nostra da ripulire, e chiede aiuto a Salvatore Ligresti offrendogli “amicizia”. Cuccia è quello che si è definito per decenni “la banca”, Salvatore gode della sua protezione, ormai è esponente noto, accettato e rispettato, può investire significativamente, ed entra nella Cir di De Benedetti. Mancherebbe solamente qualche buona conoscenza politica per chiudere il cerchio! Detto fatto. Diventa l’uomo della finanza di Bettino di Craxi (Berlusconi è ricco ma non è ancora politicamente utile, oppure è ancora un cavallo di riserva da tenere nascosto). Ligresti attraverso l’influenza di Craxi assicura il sostegno a Mediobanca per la privatizzazione (Cuccia vs Prodi). Il consolidato rapporto Ligresti- Cuccia, come sempre accade in finanza, non ha legami morali di alcun tipo (forse debiti di riconoscenza) ma di sicuro il peso maggiore è determinato dal fatto che Cuccia aveva custodito nel patrimonio di Sai il sette per cento di Euralux, questo avvenne quando la Sai era ancora controllata dalla famiglia Agnelli, ed è il passepartout per aprire la cassa di Generali (da qui il famoso triangolo Generali-Fonsai-Mediobanca). Cominciano i primi problemi giudiziari per Salvatore Ligresti con lo scandalo della giunta Tognoli e il sequestro dei cantieri della Grassetto, si salverà con l’intervento di Cuccia (eterno sodalizio che si tempra). Arriva poi Tangentopoli e stavolta Ligresti finisce in cella perdendo il requisito dell’onorabilità necessario per dirigere una compagnia di assicurazioni. Da qui in poi debuttano i figli di Salvatore (Jonella, Giulia e Paolo). Precedentemente (1986) con ingenti capitali ricavati da società immobiliari Salvatore Ligresti costituisce la Premafin che prenderà il controllo di Sai e diverse società di costruzioni, debutterà in Borsa nel 1989. Acquisirà anche Fondiaria diventandone azionista di controllo, e capofila di numerose società attive nel settore assicurativo, finanziario, bancario, immobiliare, agricolo, dell’assistenza e dei servizi. A fine 2011, Premafin deteneva il 26,4% del capitale di Fondiaria-SAI e il 41,6% dei voti nell'Assemblea Ordinaria. Quest’impero sarà il teatro dei figli di Salvatore che manovra attraverso loro e lo guida. Siamo nel 2002 e Premafin riprende quota. Nel frattempo Cuccia muore e alla guida di Mediobanca succede Vincenzo Maranghi con il quale Salvatore Ligresti non avrà mai la stessa intesa avuta per anni con Cuccia. Tutte le operazioni di aumento di capitale richieste dalla Consob per consolidare il patrimonio della galassia Ligresti hanno bisogno di capitali di cui Ligresti e la “nuova” Mediobanca non dispongono. Qui entra in gioco Micheli che gestisce una cordata di finanziatori formata da JP Morgan, Interbanca, Commerzbanck e la Mittel di Giovanni Bazoli.  Maranghi “cade da cavallo” e Ligresti coglie la palla al balzo per cambiare bandiera. Attraverso la figlia Jonella passa al fianco dei nuovi banchieri di riferimento che sono Profumo e Geronzi (rispettivamente UniCredit e Capitalia). Nel 2010 la finanza italiana entra in crisi e quindi anche Premafin di Salvatore Ligresti e i suoi nuovi amici. Nuovamente si rende necessario un aumento di capitale e stavolta Salvatore deve chiedere aiuto alla francese Groupama di Vincent Ballorè, la famiglia Ligresti scenderebbe al 34% mentre Groupama avrebbe il 25% di Premafin. Consob si oppone all’operazione, Ballorè si ritira, e si negozia il salvataggio di Premafin. Saranno le banche a intervenire soprattutto per salvare i loro crediti, quindi Mediobanca evita un’Opa (sarebbe troppo costosa) e impone a Unipol di versare 400 milioni per acquisire l’81% di Premafin. Premafin detiene anche diritti sul 35% del capitale di Fonsai. Finsoe, che è la holding che detiene il controllo diretto di Unipol Gruppo Finanziario, società quotata alla Borsa Valori di Milano di cui l’azionariato è composto in massima parte da imprese del movimento cooperativo aderenti a Legacoop, rimane a cassa vuota. L’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nicola Nagel s’impegna a liquidare la famiglia Ligresti con una buona uscita di 45 milioni di euro (il famoso “papello”), agli azionisti di Mediobanca questo non va bene, ma Nagel ha ottimi motivi per credere che se i Ligresti non escono in ogni modo, Mediobanca stessa rischia di affondare. Il capitalismo politico di riferimento italiano attraverso Finsoe ha “prelevato” da Premafin il 5.3 di RCS, il 4.8 di Gemina, l’1% di Generali, il 4.5 di Pirelli e il 3.8 di Mediobanca. Sarebbe piuttosto bizzarro credere che l’arresto della famiglia Ligresti sia opera esclusiva degli organi preposti al controllo. Altrettanto bizzarro sarebbe credere che la famiglia Ligresti non sia in grado di far tremare buona parte del capitalismo italiano, primi fra tutti Mediobanca. Siamo sicuri che sia così importante parlare di fare le riforme prima ancora di riformare il controllo dei capitali e soprattutto dei capitalisti? Domanda populista ma efficace! So bene che le riforme sono utili anche per ricostituire l’apparato idoneo a riformare il sistema economico e finanziario. La rassegna dei mezzi di cartone è terminata, le piogge di questi giorni faranno il resto.
autore / intelligo
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