Elezione diretta del Presidente Cei? I vescovi sarebbero spaccati

03 febbraio 2014 ore 14:50, Americo Mascarucci
Elezione diretta del Presidente Cei? I vescovi sarebbero spaccati
Elezione diretta del presidente Cei? No grazie. I vescovi italiani non sembrano apprezzare molto l’idea di dover eleggere direttamente il proprio presidente come vorrebbe Papa Francesco che sta lavorando ad una modifica dello statuto della Conferenza Episcopale italiana, l’unica il cui presidente è scelto dal pontefice.
Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale Cei nominato dal Papa in sostituzione di monsignor Mariano Crociata, “promosso” vescovo di Latina, lo ha dichiarato senza mezzi termini a Repubblica: è meglio che la scelta continui ad essere fatta dal Santo Padre, tutt’al più i vescovi potrebbero individuare all’interno dell’assemblea una rosa di nomi da sottoporre al giudizio del Papa. Insomma, l’autonomia che Francesco vorrebbe affidare alla Cei, anziché essere vista con favore dai vescovi italiani, è quasi percepita con preoccupazione. In fondo si tratterebbe di equiparare la Cei alle conferenze episcopali di tutto il mondo, i cui presidenti sono eletti dalle assemblee. Come mai questa improvvisa, quanto inaspettata frenata dei vescovi italiani nei confronti dei desiderata papali? Nella Cei temono che l’elezione diretta del presidente possa trasferire all’interno dell’assemblea le conflittualità politiche italiane. Il cardinale Angelo Bagnasco, ormai è noto a tutti, non gode della fiducia di Francesco che lo considera poco in linea con il suo modello di Chiesa. Bagnasco infatti è stato spesso accusato, anche all’interno della Cei, di occuparsi troppo di questioni politiche e poco di attività pastorale. Il messaggio è stato percepito appieno dall’arcivescovo di Genova, che non a caso nelle ultime prolusioni ha evitato di entrare a gamba tesa, come era solito fare in passato, nelle principali vicende politiche italiane, limitandosi a considerazioni generiche e destinate a non fare troppo rumore. Un annacquamento che si è anche evidenziato con una scarsa attenzione sui temi etici che, al contrario, sono sempre stati al centro degli interventi, tanto dell’ex presidente Camillo Ruini che di Bagnasco. Il fatto è che dentro la Cei iniziano a non essere poche le voci critiche nei confronti, non tanto di Francesco, quanto di certi suoi stretti collaboratori che sembrano aver assunto un potere eccessivo all’interno della Curia. Le critiche maggiori riguarderebbero il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, che Bergoglio ha inserito nel gruppo degli otto cardinali chiamato ad assisterlo nel governo della Chiesa. Maradiaga negli ultimi tempi è sceso apertamente in campo criticando alcuni membri autorevoli della Chiesa, accusati di essere troppo conservatori ed eccessivamente rigidi sui principi dottrinali; iniziando proprio dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Gerhard Ludwig Muller, colpevole di aver chiuso le porte alla possibilità di ammettere al sacramento dell’Eucaristia i divorziati risposati. Se è vero che Bagnasco non gode della stima di Francesco e di alti porporati di stampo progressista, è però altrettanto vero che nella Cei continua ad avere ancora un largo seguito, soprattutto fra i cardinali ed i vescovi legati al Papa emerito Benedetto XVI. Insomma se si andasse a votare, l’assemblea dei vescovi rischierebbe seriamente di spaccarsi proprio fra chi propone una continuità e chi invece vorrebbe un cambio di passo con le precedenti gestioni, puntando su candidati di rottura come il vescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte o l’arcivescovo di Perugia, presto cardinale, Gualtiero Bassetti. Inutile girarci intorno, la Conferenza Episcopale italiana non può essere posta sullo stesso piano di tutte le altre che in passato si sono potute permettere il lusso di non essere “in linea” con Roma, e questo in virtù di tante peculiarità specifiche, sia di carattere geografico (il Vaticano è uno Stato libero ed indipendente ma sempre in territorio italiano) sia di carattere politico (visto che è proprio la Cei a fare da ponte fra le due sponde del Tevere). E’ per questo che al vertice è opportuno che vi sia una persona di assoluta fiducia del Papa ed in linea con la Segreteria di Stato vaticana. A rendere il clima più incandescente dentro la Cei, hanno anche contribuito le esclusioni illustri dalla porpora cardinalizia del patriarca di Venezia Francesco Moraglia e dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, considerati molto vicini a Ratzinger. Ecco perché il saggio segretario della Cei è arrivato al punto di sconsigliare Francesco dal concretizzare i suoi progetti d’autonomia. Meglio che sia il Papa a togliere le “castagne dal fuoco” ai vescovi italiani visto che, la sua scelta, non potrebbe mai essere messa in discussione da alcuno. Il rischio concreto, nel caso in cui l’elezione dei vertici fosse demandata all’assemblea, sarebbe al contrario quello di creare una guerra fra “sensibilità diverse” (leggi fazioni contrapposte) finendo con il compromettere la consolidata fedeltà della Cei al “vescovo di Roma”.
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