Putin e l'arsenale da guerra russo in Siria: 468 raid nell'ultima settimana

03 febbraio 2016 ore 9:21, Andrea De Angelis
Il momento è delicatissimo, al punto che "non è più possibile fallire". Non lo dice questo o quell'osservatore politico, ma l'inviato speciale dell'Onu per la Siria. Parole pronunciate mentre la situazione nel paese è sempre più esplosiva, con l'impegno di giorno in giorno più massiccio della Russia, mentre il mondo si interroga sul da farsi. 

Lo ha fatto ad esempio ieri, a Roma, lo Small Group della coalizione anti-Isis riunitosi alla Farnesina. "Nella lotta all'Isis sono stati fatti "importanti progressi ma di fronte abbiamo un'organizzazione molto resistente e quindi non dobbiamo sottovalutarla". Lo ha detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, aprendo i lavori del vertice che ha co-presieduto insieme al segretario di Stato Usa John Kerry. "Il mondo si aspetta sicurezza da noi e noi distruggeremo l'Isis", ha detto  Kerry nel suo intervento.
Gentiloni ha ricordato che lo Stato islamico ha perso terreno nel 40% dell'Iraq e nel 20% della Siria, ma allo stesso tempo minaccia la Libia e l'Africa sub-sahariana. 
La Russia, intanto, rafforza la sua presenza militare in Siria, dispiegando i nuovissimi jet Su-35, punta di diamante della sua aviazione, che vanno ad aggiungersi a decine di altri cacciabombardieri e batterie missilistiche già operativi sul terreno, mentre a Ginevra prende faticosamente il via una nuova tornata di negoziati. 
In particolare una serie di foto satellitari del Fisher Institute israeliano mostrerebbero almeno 30 aerei da combattimento di Mosca e batterie di missili S400 e SA22 nella provincia di Latakia, roccaforte del governo siriano del presidente Bashar al Assad. I sistemi missilistici indicano un rafforzamento delle misure difensive, dovuto forse al timore di una eventuale escalation militare con la Turchia.
Putin e l'arsenale da guerra russo in Siria: 468 raid nell'ultima settimana
A confermare il dispiegamento degli Su-35 è stato direttamente il ministero della Difesa russo. Mosca infatti ha detto di avere condotto 468 raid in Siria solo la scorsa settimana. Con la copertura dei bombardamenti russi, le forze di Damasco, sostenute da miliziani sciiti Hezbollah libanesi, hanno proseguito la loro avanzata a Nord di Aleppo e sono ora in controllo di una collina strategica dalla quale dominano l’unico accesso rimasto agli insorti tra il confine turco e la metropoli siriana. Ma diverse organizzazioni umanitarie e attivisti dell’opposizione denunciano l’alto numero di vittime civili nei raid di Mosca. 
Secondo fonti citate dalla tv panaraba Al Jazeera, tra l’altro, oltre 3.000 profughi turcomanni e arabi – tra cui molte donne, bambini e anziani – sarebbero stati costretti dai raid degli ultimi tre giorni a lasciare il campo di accoglienza di Yamadi, nel Nord della Siria, per cercare riparo in Turchia. Una sospensione dei bombardamenti governativi e russi e l’accesso di convogli umanitari a beneficio dei civili bloccati nelle aree assediate – come a Madaya, dove 46 persone sono morte di fame dall’inizio di dicembre – erano tra le condizioni poste dalle opposizioni per prendere parte alla terza tornata di trattative a Ginevra per cercare una soluzione al conflitto, che ha già provocato oltre 250.000 morti e milioni di profughi.

Intanto, secondo la Rete siriana per i diritti umani, sono stati 1.382 i civili uccisi nel solo mese di gennaio, dei quali 679 morti sotto i bombardamenti russi. Praticamente la metà.
L'inviato speciale dell'Onu per la Siria, Staffan de Mistura, consapevole di questi e altri dati ha messo in guardia da un fallimento dei negoziati di Ginevra, nel giorno dell'avvio dei colloqui contrassegnato da difficoltà di ogni genere e confusione. Da un lato la delegazione del regime siriano che afferma di non aver controparti con cui negoziare, dall'altro l'opposizione che esige misure immediate in favore dei civili e accusa la comunità internazionale di essere "cieca" di fonte alla tragedia del popolo siriano. In una dichiarazione alla Radiotelevisione svizzera (Rts), Staffan de Mistura ha detto che un fallimento a Ginevra "è sempre possibile, particolarmente dopo cinque anni di una guerra orribile. Ma se falliremo questa volta (...), non ci sarà più speranza". "Dobbiamo fare tutto il possibile, e anche di più, perché non si arrivi a un insuccesso".
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