La rivolta di Istanbul squarcia “il velo” sulla Turchia di Erdogan

03 giugno 2013 ore 14:35, Francesca Siciliano
La rivolta di Istanbul squarcia “il velo” sulla Turchia di Erdogan
Istanbul è in rivolta, sotto assedio da quattro giorni. Ancora una volta dilaniata da violentissimi scontri tra manifestanti e polizia. Settimane di proteste e manifestazioni nell’antica città sul Bosforo con la preoccupazione del fronte moderato del tentativo di ‘islamizzazione’ di quella che da Ataturk in poi è sempre stata una metropoli con una spiccata tensione europea.
Al centro della polemica questa volta è il parco Gezi – l’antico quartiere nel cuore della città - che il governo ha deciso di abbattere per costruire un struttura commerciale, un progetto faraonico con il quale il premier Erdogan vuole siglare il suo mandato di governo. Ai cittadini la decisione governativa non è andata giù: imponenti manifestazioni, infatti, sono iniziate venerdì (dapprima pacifiche), ma che nel giro di poche ore sono degenerate, culminando in durissimi scontri tra partecipanti e polizia. Le forze dell'ordine non hanno risparmiato l'utilizzo di mezzi poco ortodossi e di repressione durissima e il bollettino, infatti, è di “guerra”: secondo Atalay, l'Associazione dei medici turchi, il bilancio effettivo al terzo giorno di proteste è di 1000 feriti («Ci sono persone gravemente ferite da proiettili di plastica» ha dichiarato Atalay), quattro persone rischiano di perdere la vista. Un morto. Il premier Recep Tayyip Erdogan, nonostante abbia ammesso un eccesso di violenza da parte della polizia al fine di reprimere la protesta ed abbia annunciato l'apertura di un'inchiesta sull'operato (in particolare sull'uso eccessivo dei gas lacrimogeni per disperdere la folla), non ha intenzione di cedere alle richieste dei cittadini. Avanti tutta dunque, dalla linea dure non si prescinde: la distruzione del parco non si fermerà «qualunque cosa facciate» ha sentenziato stamani. E si è scagliato contro i social network – Facebook e Twitter – rei di essere stato lo strumento attraverso il quale i manifestanti sono riusciti ad organizzarsi, grazie a un tam-tam incessante: la rete è «una minaccia per la società e oggi abbiamo una minaccia che si chiama twitter» ha affermato in una intervista tv. I manifestanti suoi detrattori, invece, accusano le tv turche di minimizzare la rivolta. Sotto pressione del governo, of course.  
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