Direzione Pd, Fiano: “Facciamo autocritica ma Fassina mandi un tweet di felicitazioni a Renzi per nuovi occupati"

03 giugno 2015, Lucia Bigozzi
Direzione Pd, Fiano: “Facciamo autocritica ma Fassina mandi un tweet di felicitazioni a Renzi per nuovi occupati'
“Da Fassina aspetto il tweet di felicitazioni per i numeri sui nuovi occupati nel mondo del lavoro”. La sottolineatura di Emanuele Fiano, parlamentare dem, non è causale e rimanda ad un botta e risposta a distanza col ‘ribelle’ Stefano Fassina su Intelligonews: dai risultati delle regionali, agli scenari in movimento fino alla ‘fatidica’ Direzione Pd di lunedì…

Il Partito della Nazione è scivolato sulla rampa di lancio?

«Non sono un esperto di nomi e di formule lessicali, mi interessano molto i numeri. Le do quelli di oggi».

Dica, ma leggiamo anche quelli di domenica sera…

«Anzitutto: su dodici Regioni andate al voto con Renzi premier oggi ce ne sono dieci governate dal centrosinistra. Delle sette al voto domenica, il centrosinistra ne ha cinque»

Vabbè, questi sono numeri già noti. I nuovi numeri?

«Oggi ci sono altri numeri secondo me interessanti: 159mila occupati in più, 0,2 per cento di disoccupazione in meno e 1,6 in meno di disoccupazione giovanile. Sono risultati che si consolideranno nel medio-lungo termine perché le riforme di un Paese che ha mali decennali per una miriade di ragioni non solo nazionali, vengono a compimento col tempo. Penso che questi siano i numeri da guardare al di là delle formule. Il successo del Pd alle europee, un successo grande, il successo di un partito largo che abbracciava un segmento sociale molto ampio - un tempo si sarebbe detto interclassista - è dovuto a un governo che sta facendo riforme e produce cambiamenti che hanno la necessità di dare risultati nel tempo. Poi, è ovvio che nel corso della legislatura si possono incontrare risultati non sempre al massimo, ma ricordo che durante il governo 2001-2006, all’apice della sua forza nel 2004, Berlusconi perse il Friuli Venezia Giulia, nel 2005 la Puglia, poi l’Abruzzo e la Liguria. Vale anche per altri governi, come ad esempio quello di D’Alema nelle cosiddette elezioni di mid term».

Sì ma dopo quelle regionali D’Alema lasciò Palazzo Chigi, Renzi no. 

«Scusi, ma lei lascerebbe Palazzo Chigi dopo una vittoria? Queste elezioni le abbiamo vinte 5 a 2, sono numeri, un fatto oggettivo».

Sì’ ma se il Pd perde voti ci sarà pure qualcosa che non ha funzionato? Cosa?

«Va fatta un’analisi attenta ma parliamo di due sconfitte diverse. Il Veneto è una regione tradizionalmente a noi non vicina, dove c’è un governatore che gode di un grande consenso personale, al di là del suo partito - è inutile negarlo – e lo dimostra il fatto che la fuoriuscita di un personaggio importante della Lega, lo ha mantenuto al di sopra del 50 per cento. Va letto con attenzione il risultato in Liguria dove noi abbiamo sicuramente pagato non solo l’uscita di Pastorino dal Pd e la sua candidatura a sinistra che ha ottenuto un 12 per cento di consenso, ma anche la fuoriuscita di un personaggio eminente del Pd che ha partecipato alle primarie contrapponendosi alla Paita. E’ chiaro che con l’uscita di Cofferati, è stato messo in discussione lo svolgimento delle primarie e anche questo è un aspetto che ha pesato».

Insomma: tutta colpa di Pastorino e Cofferati? Sta dicendo questo?

«Io dico sempre che dopo una sconfitta si deve fare autocritica, però non c’è dubbio che quella uscita conta. Dopodichè bisognerebbe andare nel dettaglio di quella singola competizione e vedere la forza della nostra candidatura e osservare anche che, al contrario delle altre regioni al voto, il centrodestra ha sperimentato l’unità con un passo indietro della Lega che ha rinunciato al proprio candidato lasciando spazio all’uomo forte di Berlusconi. Altro aspetto: nelle regioni del Nord osserviamo con attenzione, la forte crescita della Lega rispetto ad alcuni temi che - io lo dico da tempo – non possiamo lasciare in quelle mani e mi riferisco alla sicurezza, alla certezza della pena, all’immigrazione che devono essere anche temi nostri e sono temi che il nostro elettorato sente molto»

Fassina a Intelligonews ha detto che il Pd ha abbandonato una larga parte dell’elettorato che o non va a votare o non vota Pd per la svolta liberista di Renzi. Cosa risponde al suo collega di partito?

«Anzitutto a Fassina dico che il Pd non è un partito liberista. Secondo: da Fassina aspetto il tweet di felicitazioni per i nuovi occupati di cui parlavo prima, numeri alla mano. Noi non siamo un partito che vuole demolire regole e diritti; siamo un partito che vuole sviluppo, crescita economica, flessibilità e non più solo austerità. Se Fassina mi porta un esempio di un numero di riforme altrettanto consistente come quello del governo Renzi, fatto nella stessa direzione di marcia e nello stesso arco temporale, da un partito di centrosinistra europeo, lo invito a cena»

Addirittura…

«La verità è che noi stiamo correggendo errori o comunque patologie italiane sedimentate nel tempo. Penso Stefano lo sappia perché era ed è nel Pd, ma quando arrivò Monti, il Paese era sull’orlo del baratro e a quei tempi il Pd, compreso Fassina, appoggiò decisione drastiche e conosciamo tutti il perché abbiamo preso quel sentiero strettissimo guidato dall’Europa e molto dalla Germania, che ha inciso sulla carne viva degli italiani, percorrendo solo una strada stretta. Oggi questo governo vuole uscire da questa strada, ma nessuno si può togliere dalla responsabilità».  

A questo punto il domandone: che succede lunedì in Direzione dem. Secondo lei, che dovrebbe fare Renzi?

«Intanto ritengo che un partito debba pensare al Paese in quota immensamente superiore alle sue dinamiche interne. Mi auguro che in Direzione sia fatto un punto sulle cose da fare e da portare avanti: percorsi economici, crescita, lavoro. In secondo luogo, mi auguro che ragioneremo insieme su come si sta in una comunità politica».

Redde rationem con la minoranza?

«Io, per fortuna, non ho vissuto l’epoca dello stalinismo, del centralismo democratico e non ho nulla nei confronti dei miei colleghi e amici di partito di cui ho molta stima intellettuale, ma dobbiamo decidere cosa si fa in Parlamento. Non è possibile che si prendano decisioni all’interno degli organi di partito - la direzione nazionale, le assemblee dei deputati – dopo tante discussioni, e poi queste sintesi in Parlamento vengano inficiate da un’opposizione interna. E’ giusto accogliere alcune delle critiche proposte dalle minoranze interne e questo accade ed è accaduto. Io che mi sono occupato a lungo di riforma costituzionale e di legge elettorale, so quanta percentuale delle proposte della minoranza - 70-80 per cento -  è stata accolta. Ci sono dei punti non accettati ma ad esempio Renzi sulla riforma costituzionale ha detto che ci possono essere ulteriori aperture: io chiedo sempre a Cuperlo, Fassina, d’Attorre, qual è il limite esatto, il confine del rapporto tra maggioranza e minoranza, perché se non è chiaro e ogni volta si discute poi si decide e poi in Parlamento c’è chi fa opposizione, ma cosa farebbe un partito, cosa farebbe un governo? Dico questo perché c’è una domanda su quale è la vita interna del partito e questo vale in generale, al di là del dato sulle elezioni regionali».
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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