Mario Draghi onora la Banca nazionale Austriaca e Van der Bellen

03 giugno 2016 ore 23:59, Luca Lippi
Una riunione leziosa quella della Bce a Vienna, dove Mario Draghi è andato per onorare i due secoli (anniversario) della Banca nazionale austriaca, ma (forse) soprattutto la “scelta” di una guida moderata al governo del Paese, poi poco importa analizzare il fatto che i voti per posta sono maggiormente modificabili di quelli delle urna. Andiamo alla cronaca,il direttorio non tocca il costo del denaro, ma questo era ampiamente previsto, piuttosto vede leggermente al rialzo le stime per il Pil europeo, anche se Mario Draghi non intende in nessun modo mettere la faccia su qualcosa che non sia compatibile con l’autorevolezza del ruolo che rappresenta, e quindi aggiunge: “stabile ma modesta” riferendosi alla ripresa europea e annunciando un rallentamento nel secondo trimestre. 

Mario Draghi onora la Banca nazionale Austriaca e Van der Bellen

La Bce ha spiegato che il tasso di rifinanziamento marginale e quello sui depositi restano allo 0,25 e al -0,4% (le banche pagano se lasciano la loro liquidità sui conti correnti di Francoforte), livelli fissati il 16 marzo. Mario Draghi ha relicato che i livelli resteranno questi o saranno più bassi per lungo tempo, anche oltre la fine del Quantitative easing prevista al più presto per il marzo 2017. Nella breve nota post-consiglio, l'Eurotower ha aggiunto che dall'8 giugno estenderà il programma d'acquisto di titoli a quelli emessi dalle aziende, mentre il 22 giugno si terrà la prima asta di liquidità con condizioni molto vantaggiose per le banche che si impegneranno a girare i soldi all'economia reale.
Quello che interessa è l’inflazione, necessaria per uscire dalla morsa deflattiva che erode la base imponibile e quindi crea grossi problemi di drenaggio a favore delle politiche fiscali dei singoli Paesi membri.
Draghi ha sottolineato in conferenza stampa che "la ripresa economica sta continuando", ma è ancora penalizzata dalle difficoltà dei mercati emergenti e dal passo lento delle riforme. Alla luce di questi fattori, lo staff economico della Bce ha rivisto le previsioni di crescita del Pil dell'area con la moneta unica all'1,6% nel 2016 e all'1,7% nel biennio successivo: si tratta di un dato migliore, per quest'anno, rispetto alle stime di marzo (era +1,4%), mentre restano di fatto invariato per i prossimi due anni (erano rispettivamente +1,7 e +1,8%). Anche l'inflazione è stata leggermente rivista al rialzo: si aspettano ora prezzi in crescita dello 0,2% nel 2016 (dal precedente 0,1%), poi si prevedono tassi di 1,3% e 1,6% (invariati sulle stime di marzo).
I mercati aspettano la Yellen che presumibilmente a luglio alzerà lievemente i tassi, e questo indebolirà ulteriormente l’Euro. Una moneta unica più bassa renderebbe più alto il costo per acquistare beni in dollari, con l'effetto di far risalire l'inflazione. Da ultimo, bisogna considerare i segnali di ripresa dell'economia dell'Eurozona che hanno direttamente effetto sul livello dei prezzi.
Questo è vero e valido finché anche il livello dei salari sia adeguato, altrimenti si rischia una tesaurizzazione dei redditi e quindi la necessità di intervenire direttamente nella tasche degli individui. 
In conclusione una riflessione, mentre Draghi parla di “non rischio Brexit” e anche di Grecia per la quale sarebbe sufficiente annullare il debito invece di depauperarne ulteriormente le già insufficienti risorse, nessun riferimento al fatto che il pil italiano crolla nella totale indifferenza di tutti!
Uno studio del Centro studi Promotor sulla base dei dati Eurostat ha evidenziato come il Pil italiano pro capite stia precipitando in termini assoluti ed anche in rapporto alla media dell'Unione europea. Se nel 2014 il Pil pro capite italiano era sceso dell'1,9% al di sotto di quello della media UE, lo scorso anno lo scarto si è accentuato e siamo scesi al 3%. 
Lo studio ricorda anche che l'anno prima dell'adozione dell'euro, il Pil pro capite era pari all'equivalente di 27.800 euro. Lo scorso anno si era scesi a 25.500, con una flessione dell'8,27%. Mal comune? Non proprio. Al centro studi cui facciamo riferimento fanno sapere: "Nessun altro Paese dell'Unione ha avuto una penalizzazione così forte in questi anni". 
Tuttavia l'aspetto più drammatico è rappresentato dal raffronto con la media del Pil pro capite europeo. Se adesso quello italiano è inferiore del 3% rispetto alla media, nel 2001 era superiore del 18,8%. Un crollo! A modificare la situazione ha contribuito la forte crescita dei Paesi dell'Est, ma non è solo questo. La Germania ha visto il suo reddito medio pro capite salire da +25,6 a +29,7% e la Gran Bretagna dal +15 al +17,5%. La Francia ha frenato, ma resta a +19,6% rispetto alla media UE. Al di sotto della media, messi peggio di noi, ma con flessioni minori della nostra, ci sono gli altri Paesi del Mediterraneo, dalla Grecia alla Spagna, da Cipro sino al Portogallo. È evidente il fallimento delle politiche economiche adottate da tutti questi Paesi, compresa l'Italia, è a questo che si riferisce Draghi quando parla di ritardi nelle riforme, ma bisogna anche stare attenti a comporne l’impianto strutturale, perché certi errori necessitano di anni per essere scoperti e poi corretti, e solo per tornare ai livelli di quando si commette l’errore.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]