Ecco perché il referendum è un errore strategico per Grecia ed Europa

03 luglio 2015, Luca Lippi
Dopo il vortice di sensazioni, soprattutto la visione “romantica” del ricorso alla consultazione popolare ma, poi bisogna essere razionali. Ci siamo chiesti, che significato ha questo referendum?

La soluzione referendaria non è una soluzione al problema, e allora a che serve? Oltre fare emergere delle contraddizioni sull’operato di Syriza e soprattutto del governo già democraticamente eletto sulla base di un programma chiaro, "letto e piaciuto", che senso ha?

In sostanza, oltre a quello che il popolo greco deciderà col referendum, lo stesso avrebbe già espresso la sua scelta a gennaio nelle urne. Il programma di Syriza era di attenuare l’austerità, e allora Tsipras cosa chiede ancora al suo popolo?
L’unica spiegazione ragionevole è l’affermazione della Democrazia sulla finanza, ma questo è un principio noto da secoli, la Democrazia nasce prima della Scienza Economica che nasce prima della Finanza. Quello che non entra in testa a tutti è che allo stato attuale la finanza domina e non per colpa sua, ma per distrazione della Scienza Economica e della Democrazia. Dunque il referendum è del tutto inutile. Le logiche che governano l’Eurozona sono diametralmente opposte al programma elettorale di Tsipras, si sapeva da subito.

Ne consegue l’insensatezza di una trattativa durata cinque mesi, nata morta. Quindi non c’è una strategia, e quando regna il disordine è piuttosto normale che gli individui siano smarriti, innescando la situazione che ha peggiorato il menage del Paese (gettiti tributari inferiori a quelli programmati, soldi in cassa finiti o quasi, emorragia del risparmio che spezza le gambe delle fragili banche) e amplificato la sfiducia.

Tsipras ha già perso, chiama a raccolta il popolo dichiarando la resa; ha promesso la fine dell’austerità senza abbandonare l’Euro (un’idiozia senza sovranità) e adesso getta sulle spalle del popolo greco la decisione di accettare l’austerità oppure rigettarla. E’ come se il preside di una scuola lasciasse agli alunni la decisione di seguire i programmi ministeriali oppure rifiutarli.

Il rischio che vinca il “no” è piuttosto elevato perché la non chiarezza del quesito, e soprattutto la distanza abissale fra le due scelte (vuoi essere depredato oppure preferisci tenere per te i tuoi soldi), aggiunto al fatto che 5 giorni non sono sufficienti per spiegare le ripercussioni della scelta, comporta la risposta “meno peggio” all’apparenza.

E se vincesse il “sì”? Probabilmente il governo cadrebbe, si andrà a nuove elezioni, Syriza è fuori dai giochi e nel frattempo l’UE non avrebbe un interlocutore per pianificare una strategia di salvataggio.

A tale proposito Tsipras afferma che votare “no” non significa votare contro l’euro, però non spiega qual è la strategia che intende seguire per rimanere nell’UE (va di moda parlare tanto senza dire niente). Deve pagare rate piuttosto impegnative, deve risanare il sistema bancario, e deve trovare il denaro per fare tutto questo. Come pensa di farlo? Ha già spiegato che dovrà mettere le mani nelle tasche del suo amato popolo? Il popolo è democratico fin quando non gli metti le mani nelle tasche!

Tsipras è convinto che se dovessero vincere i “no”, guadagnerebbe forza contrattuale da spendere con la Troika che, a quel punto, assumerebbe un atteggiamento più tollerante e sarebbe meno ostile verso nuove concessioni.

Il problema è che la Troika in caso di vittoria dei “no” è costretta a ignorare la volontà popolare, perché non può in nessun modo riformare il sistema di governo. L’Europa è nella situazione di dover salvare l’Euro da se stesso, per fare questo non può che seguire la strategia del rigore. L’unico a mitigare questa situazione è Mario Draghi, ma è solo un alleggerimento non la soluzione. Il rigore è l’unica strada perseguibile (inutile recriminare colpe che sono trasversali).

Quindi l’Europa è costretta a tutelare la credibilità delle sue istituzioni, non può concedere nessuna apertura, e se Tsipras accetta di rimanere in questo contesto deve accettarne anche le regole, specie quello fondamentali. Offrire una concessione alla Grecia significherà domani doverla concedere al Portogallo, all’Italia, alla Spagna; tradotto, significa la destabilizzazione del sistema e la frattura insanabile fra Europa del nord ed Europa del sud.
 
E allora rimane l’uscita di Atene dall’Euro (Grexit) ma anche in questo caso sarebbe minato il dogma dell’irreversibilità dell’Euro, in parole semplici, l’integrazione europea diventa reversibile, e potrebbe trovare facilmente seguaci in altri Paesi stremati. Che significa tutto questo che in apparenza sembra del tutto ininfluente?

Significa la fuga degli investitori non europei che vedono la moneta unica reversibile, aumenta il premio di rischio per i Paesi che sono in bilico, quindi speculazione a tutta velocità, e Mario Draghi, pur avendo un’imbarcazione molto solida ha già detto che non è mai stata collaudata in simili situazioni (acque inesplorate).

Nonostante tutto, non sarebbe neanche questo il rischio più grande! Il rischio maggiore è l’integrazione messa a repentaglio dai malumori dei vari Paesi dell’area, che minerebbe l’equilibrio dell’intera area valutaria, necessario a fronteggiare gli shock economici, per fare questo bisogna rendere l’Euro “realmente irreversibile”.

In conclusione, senza stare a cercare carnefici e vittime (non ha senso in questo momento e non ne ha mai nel senno di poi) nella questione greca le responsabilità, come sempre, sono da tutte e due le parti. La conclusione accettata, cioè il referendum, è l’evoluzione peggiore che si potesse verificare. La Grecia rappresenta appena il 2% del Pil europeo, quindi l’errore più grande lo sta commettendo tutto l’Eurogruppo con in testa la Germania. E allora il problema risiede nelle rappresentanze a Bruxelles che continuano a invocare più Europa portando sugli scudi Angela Merkel.

Chi sia realmente la cancelliera (chi rappresenta realmente) non è ancora chiaro, anzi “si”; tuttavia il suo fallimento nella leadership è la manifesta incapacità politica e strategica dei suoi seguaci, gli imperi più longevi non hanno mai avuto capi veri e propri e non hanno mai operato imposizioni senza tenere conto della consuetudine (anche economica) dei Paesi aderenti all’area geografica. La Germania si avvia verso un’altra clamorosa sconfitta politica, e ancora una volta con la complicità di chi domani si chiamerà fuori senza vergogna.  

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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