Brexit: oltre il report di BlackRock, vantaggi e svantaggi per Gran Bretagna e UE

03 marzo 2016 ore 11:56, Luca Lippi
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo e gestisce un patrimonio totale di 4320 miliardi di dollari. BlackRock è il primo gestore indipendente quotato alla Borsa di New York in termini di masse gestite. Sulla questione Brexit è letteralmente sceso in campo elencando una lunga serie di pro e contro che potrebbero emergere dall’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. I contro per BlackRock sarebbero assai più numerosi dei pro, non entriamo nel merito della disanima specifica di BlackRock, tuttavia analizziamo e in sintesi raccogliamo i dati più possibili convergenti sulla reale portata di una eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Ue, andando a individuare i vantaggi per Londra e quello di Bruxelles, e viceversa.

Brexit: oltre il report di BlackRock, vantaggi e svantaggi per Gran Bretagna e UE
le ipotesi più pessimistiche stimano un calo del Pil tra il 6,3 e il 9,5% per la Gran Bretagna (più o meno quanto registrato in seguito alla crisi del 2008) nel caso in cui Londra non riuscisse a concludere accordi commerciali favorevoli. Lo scenario più ottimistico invece prevede un vantaggio per la Gran Bretagna con un incremento di circa l'1,5% del Pil l'anno nel lungo periodo. Questo in linea di massima lo scenario nell’immediato e con la situazione odierna, tuttavia c’è anche da considerare la posizione dei mercati che in genere hanno reazioni anticipatorie, e comunque molto veloci, nei fatti al solo annuncio di Cameron la sterlina ha perso un po’ di vigore e il listino di Borsa si è lievemente contratto.
C’è però da dire con chiarezza una cosa che spesso (troppo spesso) non è mai considerata con la ragionevole attenzione: non esistono benefici senza oneri, è l’errore che spesso commettono i “sostenitori delle uscite” a tutti i costi.
Uno degli argomenti a favore del Brexit è il controllo assoluto delle frontiere, delle politiche commerciali e della regolamentazione, ma, come accade per i membri dell'EEA o dell'EFTA, difficilmente la Gran Bretagna potrebbe avere politiche migratorie indipendenti senza perdere la libertà di scambio di beni e servizi. Le perdite derivanti dalle tariffe doganali extra imposte dall'UE sarebbero però compensate dalla piena libertà di stabilire rapporti commerciali a livello globale.
La Gran Bretagna non è certo ferma in balia degli eventi, la Gran Bretagna è una calamita per le imprese, dal 2014 Il Governo di coalizione ha abbassato le tasse societarie dal 28% al 21% e dal 2015  l'aliquota nominale è scesa ulteriormente al 20%. Il carico fiscale complessivo sulle imprese è del 35,5%, il livello più basso del G7. 
Almeno cento multinazionali hanno chiesto consulenza a Kpmg per rafforzare la loro presenza in Gran Bretagna o stabilire qui la loro sede, solo per il 2014, con il trasferimento del quartir generale in Gran Breetagna di sole 60 aziende straniere si è creato un aumento di entrate fiscali di oltre 1 miliardo di sterline e la creazione di 5mila posti di lavoro. Che Bruxelles possa in qualche modo “punire” i britannici con l’applicazione di dazi doganali sarebbe un autogol formidabile perché Bruxelles non può prevedere quante aziende possono scegliere di trasferire la loro sede nella nova realtà extraue.
Il Regno Unito è anche sede di un hub finanziario globale ed è la quinta economia mondiale, a questo punto si configura anche la possibilità che Bruxelles cerchi in ogni modo di “corrompere” Londra per evitare la scissione.
I fatti dicono che l’Ue è attualmente afflitta da un calo globale del manifatturiero, una crisi che progressivamente sta intaccando anche le economie all’interno dell’eurozona più solide, poi c’è la bomba ad orologeria dell’emergenza migratoria e non ultima la delusione dell’esperienza europea di diversi Paesi membri, l’uscita della Gran Bretagna sarebbe una sorta di colpo di grazia. 
Tuttavia non possiamo neanche immaginare che la Ue  sia così debole da non riuscire ad assorbire al presunto shock della separazione, significherebbe che l’Ue è oggettivamente troppo debole. 
Ovviamente si potrebbe verificare per la Gran Bretagna un calo nell'ammontare degli IDE (investimenti esteri diretti), Bank of England potrebbe essere costretta a inasprire la politica monetaria, alla luce dell'indebolimento dell'economia. Tuttavia l'eventuale deprezzamento della sterlina produrrebbe alcuni vantaggi: una moneta debole incoraggerebbe il turismo, che attualmente pesa per il 9% del Pil britannico e che sta crescendo molto, creando anche nuovi posti di lavoro. 
In conclusione, la Gran Bretagna con elevatissime probabilità sarebbe la meno danneggiata dal divorzio rispetto all’Ue, ma parliamo esclusivamente di danni non di catastrofi, e nulla che non sia rimodulabile e comunque riequilibrabile nel medio termine.
Noi siamo tramortiti dal terrorismo emotivo delle pratiche ultraliberiste, ma nei fatti se nel 2008 si terrorizzavano i popoli che volevano uscire dall’euro con sventure e svalutazioni catastrofiche, ebbene tutte quelle sventure hanno colpito ugualmente tutta la Ue, e forse i paesi extra che avessero forzato la politica per uscire all’epoca, oggi godrebbero della sovranità per potere accogliere imprenditori e finanza in cerca di porti sicuri. 
 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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