Fattore Marchini: cosa succede (in quattro mosse) se Salvini dice sì

03 novembre 2015, Adriano Scianca
Interrogato sempre più spesso sull'argomento, il più delle volte si limita a replicare: “Non lo conosco”. E probabilmente è anche vero. Nell'orizzonte politico di Matteo Salvini, Alfio Marchini è un elemento non messo in preventivo. 

Nella sua radicata milanesità antropologica, non messa in discussione dalla volontà politica di aprirsi al centrosud, il leader della Lega nord ne saprà forse poco di questa famiglia così centrale nella storia e negli equilibri di potere di Roma. Ma di sicuro quel “non lo conosco” esprime più che una semplice constatazione personale. È, soprattutto, un modo per prendere tempo. Quel tempo che Berlusconi sta bruciando a forza di endorsement per il bell'Alfio.

“Mi riservo di incontrarlo, prima di giudicare una persona voglio capire cosa vuole fare e se il suo progetto può essere anche il mio. Per ora non dico né si né no, dico forse”, si lascia sfuggire il leader del Carroccio in un'intervista. In un'altra occasione glissa: “Marchini non è l'unico imprenditore, i nomi per me arrivano alla fine”. 

Sarà, ma su questo nome in particolare si apre davvero una questione che è extra-romana, anche se molti leghisti continuano a rapportarsi alla capitale senza aver compreso che le questioni romane sono sempre questioni nazionali. Se Salvini dà l'ok su Marchini, infatti, la cosa comporta una serie di conseguenze politiche che trascendono ampiamente le capacità o incapacità di buona amministrazione del rampollo romano. Vediamo, quindi, cosa significherebbe per Salvini sostenere Marchini. 

1. Verrebbe ribadita la leadership nazionale di Berlusconi su tutto il centrodestra. Lui si è schierato per primo con Marchini, lui ha tirato in ballo la Lega, lui ha cercato la convergenza su questo nome. È lui che decide, quindi è lui il capo. 

2. Il progetto salviniano, centrato sull'estensione del verbo leghista al centrosud, ne uscirebbe fortemente ridimensionato: se in una partita fondamentale come quella romana la Lega non è riuscita a proporre un suo nome o a imporre una sua strategia autonoma, il progetto nazionale è morto prima di iniziare. 

3. Tramite Marchini, Salvini farebbe sapere di aver quanto meno aperto uno spiraglio al “partito della nazione” renziano. Niente più paletti, niente più veti sugli alfaniani, stare nelle grandi ammucchiate si può, per di più a sostegno di un candidato dalle solidissime radici familiari comuniste. 

4. Anche antropologicamente, il sostegno ad “Arfio”, il giocatore di polo con sorriso da soap opera e ciuffo laccato, suonerebbe come un cambio radicale di immaginario. Non più Strapaese, non più felpe e sagre regionali, non più partito del popolo contro i partiti delle elite. Tornare al populismo barricadero, dopo, sarà molto più difficile.

Ora Matteo deve decidere se ne vale la pena.
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