Il futuro di Salini appeso al referendum: "Se vince il 'No'? Via dall'Italia"

03 ottobre 2016 ore 15:49, Luca Lippi
Pietro Salini, amministratore delegato, ma soprattutto proprietario di circa il 60% della Salini Impregilo Spa, rilasciando un’intervista al Financial Times fa capire con chiarezza che sarebbe disposto a lasciare l’Italia qualora al Refendum costituzionale vincesse il “No”.
Dichiara esattamente: “Siamo orgogliosi di portare la bandiera italiana in giro per il mondo” ma “se la situazione politica evolvesse in una direzione sbagliata, allora per gran parte dell’industria nazionale l’ipotesi di andare altrove sarebbe da valutare in modo serio”. In sostanza Salini ritiene che la sconfitta del “Sì” al referendum “lascerebbe il Paese senza governo, senza la possibilità di andare ad elezioni, senza la possibilità di un governo che sia sufficientemente affidabile”.
Ovviamente dal suo punto di vista si creerebbe un clima di sfiducia che porterebbe i mercati a vivere momenti di forte turbolenza (i mercati non sopportano le incertezze) quindi facendo scappare gli investitori. Il discorso di Pietro Salini va compreso, e va anche sottolineato che Salini Impregilo, nel 2015, ha prodotto ricavi solo per il 9% del totale in Italia.
Del resto Salini Impregilo è già un’eccellenza italiana all’estero, e ne siamo anche orgogliosi. Le sorti italiane dunque sono interessanti per aziende così ma fino a un certo punto.
Salini Impregilo è l’impresa che dovrebbe occuparsi della costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ma soprattutto la Salini Impregilo è la società che ha dichiarato di volere rincorrere il primato di essere il più grande gruppo imprenditoriale italiano entro il 2019 giocandosi il podio con il gigante degli occhiali Luxottica di Leonardo Del Vecchio.
In concreto, però, quello che interessa all’Italia è che questi colossi imprenditoriali producano lavoro, e soprattutto in Italia. Allo stato attuale Luxottica al 2015 aveva 78933 dipendenti, mentre la Salini Impregilo impiega al 2015 34400 unità. Una notazione, Salini Impregilo, occupa all’estero il 90,2% delle persone. I suoi lavoratori extra-confine sono saliti di ben il 46,7%, dal 2009, mentre in Italia calava la mannaia: -31,8% (dati Mediobanca). 

Il futuro di Salini appeso al referendum: 'Se vince il 'No'? Via dall'Italia'

Numeri comunque importantissimi sia del primo che del secondo gruppo, e fortuna che ci sono, ma è fin troppo palese che la paura di rincorrere il primato è  legata a quella di vedere l’Italia nel caos. 
Renzi ha detto che il ponte sullo stretto non è una priorità, e per Salini Impregilo sarebbe un duro colpo, non per i conti della società (che in giro per il mondo tiene altissima la bandiera Tricolore producendo ricavi da capogiro) ma per la rincorsa al primato su Luxottica.
Tuttavia solo a maggio ultimo scorso l’imprenditore romano dichiarava che gli Stati Uniti peseranno da soli per il 30% del totale del giro d'affari. 
Dunque è lì (negli stati Uniti) che ha puntato la rotta Salini Impregilo. Più che di giro d'affari, però, i grandi contractor mondiali vivono di commesse: è sul portafoglio ordini che si misurano i big. E Salini Impregilo punta a sfiorare i 40 miliardi (39 miliardi e nelle sole costruzioni). 
Alcuni dati (fonte Mediobanca):
Oggi il portafoglio, complessivo, totalizza quota 33 miliardi: 4 miliardi di nuove opere vinte. 
La più grande è in Etiopia, una diga da 2,5 miliardi (vinta senza consorzi, unica azienda al mondo capace di farlo) più una ferrovia in Australia da 630 milioni e una metropolitana da 1,2 miliardi nella conurbazione Washington. Il 70% dei ricavi annunciati sono già in pancia. Altissima visibilità. 
Nei prossimi 40 anni si costruiranno più opere che nei passati 400 anni messi insieme: 7 miliardi di persone, sul pianeta, che devono spostarsi e il 70% di loro vivrà in sovraffollate metropoli. Servono strade, treni e metropolitane. Si calcola che questa massa di opere valga 8mila miliardi: una torta a cui Salini può partecipare perchè è una grande azienda italiana. 
E l'America è il paese con l'identikit perfetto: grande stabilità, ma anche un gran bisogno di infrastrutture nei prossimi anni. Si calcola che saranno necessarie opere per circa 1000 miliardi di dollari, indipendentemente da chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca: Hillary Clinton o Donald Trump. Partita quattro anni fa, con l'affondo su Impregilo, la scalata di Salini all'olimpo dei costruttori, che ha creato una multinazionale da 6 miliardi, è anche costata in termini di risorse. anche il debito è diventato un elemento sensibile in casa Salini. Oggi è di circa 2 miliardi. 
Da qui al 2019 il faro sarà puntato sul ridimensionamento. Il patron promette di contenerlo a 2, massimo 2,5 volte il Margine: il che significa una cifra attorno a 1,8 miliardi, un po' meno dell'attuale ma a quel punto con una marginalità che sarà doppia, circa 900 milioni dai 480 del 2015. L'agenzia Standard&Poor's ha assegnato al gruppo romano un rating BB+ e Pietro Salini spera di essere promosso a Investment Grade nel prossimo triennio, man mano che il debito calerà. Tutto senza lasciare insoddisfatti gli azionisti: 900 milioni di cassa generata che prima andava a spesare il debito per le acquisizioni ora potrà essere dirottata a remunerare gli investitori. La cassa che produrrà la sola Lane nel 2019 avrà ripagato il costo dell'acquisizione.
Noi speriamo che Salini Impregilo sia ampiamente soddisfatta dall’attuale governo perché abbiamo bisogno di posti di lavoro e di infrastrutture, soprattutto di infrastrutture commissionate all’eccellenza italiana nel mondo, però che Salini minacci di lasciare l’Italia per il referendum sembra piuttosto improbabile, giacchè è da maggio scorso che scommette sugli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non fanno produrre reddito a un’azienda lasciando la sua sede fiscale in un altro Pese, come è giusto che sia.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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