Assemblea Pd: svolta "sinistra". Il regista è Massimo D'Alema

30 aprile 2013 ore 11:38, Lucia Bigozzi
Assemblea Pd: svolta 'sinistra'. Il regista è Massimo D'Alema
Sette giorni. Serve tempo al Pd, serve tempo per la resa dei conti finale. Il reggente (non più il 4 ma l'11 maggio), per cominciare ma l’obiettivo è arrivare al congresso coi voti che servono per vincere la battaglia. Dalemiani, veltroniani, renziani, prodiani, giovani turchi, i barca-boys: equilibri, rapporti di forza, alleanze strategiche che incrociano il doppio piano del governo e del partito. E nel gioco degli incastri, l’imprinting dalemiano riemerge sempre.
Avversari politici per lungo tempo, D’Alema e Occhetto oggi potrebbero concordare sul passaggio che il vecchio segretario sottolinea nell’intervista a Rep: “Non mettiamoci a fare il manuale Cencelli degli ex Pci e degli ex Dc, ma il fatto stesso che venga sollevata la questione è la prova provata del fallimento del Pd: una fusione a freddo, una mancata contaminazione delle culture e delle storie di origine”. Occhetto getta sale sulla ferita quando dice che gli “ex Pci hanno abdicato'' e il Pd non riesce a rappresentare la sinistra perché uscire dalla crisi del comunismo “si è imboccata la via moderata, non quella del socialismo europeo”. E’ questo il nodo attorno al quale ruoterà la resa dei conti finale. Gli ex Ds, dalemiani in testa, rivendicano per loro la guida del partito adesso che a Palazzo Chigi c’è un ex ppi – Enrico Letta – e con lui una larga rappresentanza degli ex dc-margheriti. Di ministri dalemiani ce ne sono solo due (Bray e Trigilia) e il fatto che l’ex premier si sia tenuto alla larga dalla compagine di governo (sebbene i rumors lo avessero considerato della partita fino all’ultimo nel ruolo tanto ambito e già ricoperto alla Farnesina), significa che l’attenzione si sta focalizzando sul dopo-Bersani. Ma chi sarà l’uomo di D’Alema? E’ l’interrogativo-rebus sul quale molti deputati piddi non si sbilanciano, confermando tuttavia l’influenza e il peso politico del lidèr nella stanza dei bottoni del Nazareno. “Potrebbe essere Barca “, confida un parlamentare “orgogliosamente di sinistra” che si è appena fatto passare il maldipancia votando la fiducia al governissimo Pd-Pdl per disciplina di partito, dopochè per 60 giorni Bersani lo aveva demonizzato. “In fondo il suo manifesto politico mi sembra più incline alla tradizione di una sinistra che sembra essersi annacquata nella parola moderatismo; ma certo di qui al congresso c’è ancora tempo e siamo solo all’inizio dei posizionamenti”. Al di là del toto-segretario in pectore (sulla reggenza resta in pole Epifani), le spinte interne per spostare l’asse più a sinistra sembrano prevalere in questa fase, da Civati a Fassina passando per Barca (appunto) ed è in questo campo che i dalemiani starebbero tessendo la tela, già a partire da un accordo di massima sul traghettatore. C’è poi un particolare che chi nel Pd conosce bene le dinamiche interne e quelle dalemiane (“non sempre hanno coinciso”, ironizza) tira in ballo con una certa malizia: è il tanto chiacchierato faccia a faccia tra D’Alema e Renzi a Palazzo Vecchio, qualche settimana fa. Ufficialmente l’ex premier era andato dal sindaco di Firenze in veste di pontiere per tenere unito un partito già in ordine sparso, in realtà secondo un ragionamento ricorrente tra i dem, i due avrebbero sancito un patto non scritto sul futuro: a D’Alema il partito, a Renzi il governo. E chissà se sarà un caso ciò che il rottamatore non meno di due giorni fa ha dichiarato (nell’intervista a Rep) : non sono interessato al partito ma a dare una mano al paese. Parole sante, ma in mezzo c’è un governissimo che, a meno di tsunami, durerà un anno e mezzo, un congresso ancora senza data (e dunque rinviabile a seconda dell’opportunità politica del momento) e un partito da ricostruire. Perché niente sarà più come prima, nemmeno nel Pd.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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