Terza Repubblica: parola chiave “Convenzione”. Silvio la vuole e Bersani apre. Ricordiamo i “bruciati” sulla via delle riforme

30 aprile 2013 ore 13:00, Francesca Siciliano
Terza Repubblica: parola chiave “Convenzione”. Silvio la vuole e Bersani apre. Ricordiamo i “bruciati” sulla via delle riforme
Silvio Berlusconi non ha occupato caselle nel nuovo esecutivo Letta, preferendo (a detta dei suoi) lasciare il “governo attivo” ai più giovani peones. Ma chi pensa possa aver rinunciato definitivamente a qualche prestigioso incarico parlamentare sbaglia di grosso. Non è mica Bersani lui. Dopo aver piazzato Alfano all'Interno, gli interessi del Cav. si sono spostati. Strategia, “statista”, obiettivo: la Convenzione sulle riforme, da porre in essere in un arco temporale di circa 18 mesi che miri a cambiare la seconda parte della Costituzione, modificare il Porcellum e la legge elettorale dell’ingovernabilità.
Qualcuno già la paragona alla Bicamerale, ma guai a definirla tale. Sarebbe demodé, anacronistico. Rischierebbe di evocare alla memoria il ricordo dell’esperienza guidata da Massimo D’Alema del '97 e dei sotterfugi ancora oggi poco chiari. Nel corso degli ultimi trent'anni di tentativi per “cambiare le regole del gioco” ne sono stati fatti fin troppi. Ci fu la Commissione Bozzi (tra l'83 e l'85), che fu il primo organismo bicamerale appositamente creato (composto da 20 deputati e altrettanti senatori, più il presidente) per affrontare il tema delle modifiche alla Carta repubblicana del 1947. Poi vide la luce la Commissione bicamerale del '92 è presieduta prima dal democristiano De Mita, poi dall'ex presidente della Camera Iotti (Pds). La fine anticipata di una legislatura tormentata bloccherà anche questo progetto. Terzo, e finora ultimo tentativo, quello più noto, fu quello della Bicamerale presieduta da D'Alema. Ma l'iter burrascoso e i celeberrimi lati oscuri della vicenda fecero sì che i lavori si interrompessero a metà ancor prima del voto del Parlamento e del referendum popolare. Oggi come con un colpo di spugna si cerca di non usare più il termine Bicamerale e il leitmotiv del governo delle Larghe Intese (o delle sobrie intese, o delle larghissime intese) per il Pdl diventa la Convenzione. Il Cavaliere, infatti, ha rilanciato i suoi cavalli di battaglia proposti in campagna elettorale candidandosi a guidare l’organismo che dovrebbe rinnovare l’architettura istituzionale. E ora nel nuovo governo, ribattezzato Alfetta dai burloni, non si lascerà sfuggire l'occasione di poter influenzare (motu proprio) la riforma dell’assetto dello Stato. Nonostante una nomina targata Pdl in un organismo di questo tipo sembri complicata (già il pidiellino Quagliariello è stato nominato ministro per le Riforme) e nonostante l'idea della Convenzione per le riforme fosse stata lanciata da Bersani, ora il Cav ne ha fatto un'idea propria e punta dritto a guadagnare terreno per surclassare tutti gli altri (Amato compreso, nome che in queste ore circola come uno dei papabili) e aggiudicarsi corona e scettro da “riformista”. Dalla parola-chiave (Convenzione), alle idee-chiave. Il lavoro dei saggi in qualche misura ha anche ricalcato il famoso patto della crostata: semipresidenzialismo, riforma elettorale, federalismo. E’ notizia di oggi che Bersani ha aperto al presidenzialismo, considerato dalla sinistra un tabù, una specie di surrogato dittatoriale. E’ buon segno o il segno che si sta tornando a giocare? «Ho avuto modo per nove anni di verificare come davvero il Paese non sia governabile – ha chiosato il Cav. a La Telefonata - va modificata l’architettura dello Stato e vanno dati più poteri al premier, che non può cambiare ministro né usare lo strumento del decreto legge come fanno gli altri colleghi europei». Ed è da lì, c'è da giurarci, che risorgerà dalle ceneri.
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