Italicum, Camera come il Cnel? Aspettiamoci 10 anni di Repubblica fiorentina

30 aprile 2015, Fabio Torriero
La pratica dell’Italicum, ormai di fatto archiviata, rappresenta il punto di partenza di un nuovo processo politico, di una futura fase repubblicana, che secondo gli osservatori, durerà minimo 10 anni. 

Il premier che, ricordiamolo, non è stato ancora legittimato dal voto e dal mandato popolare (l’ex sindaco di Firenze ha soltanto conteggiato e capitalizzato in chiave nazionale il consenso europeo del Pd); è entrato a Palazzo Chigi per mera
Italicum, Camera come il Cnel? Aspettiamoci 10 anni di Repubblica fiorentina
 “regia presidenziale” di Giorgio Napolitano (da Monti a Letta, solo Berlusconi è stato l’ultimo sovrano incoronato dal basso), e sta con coraggio, piglio, arroganza e sfrontatezza, costruendo, uno ad uno, i tasselli che gli servono per completare l’impianto istituzionale che tutelerà e garantirà la sua “dittatura dolce”. La sua Italia personale. Partito unico maggioritario, parlamento figlio del governo, presidenza del Consiglio, presidenza della Camera e del Senato (stiamo parlando dell’ibrido che nascerà tra poco), cariche che contano (Corte Costituzionale, Rai e Csm) e autority varie, saranno di diretta influenza ed emanazione renziana. 

E’ la cifra, il dna e il senso delle riforme che stanno partendo, dal nuovo sistema elettorale, alla riforma costituzionale, che dovrebbe eliminare il Senato. Tutto nel nome e nel segno della stabilità. 

Ma di quale stabilità si tratta? Quella legata alla governabilità, cui aspira ogni democratico (accanto al valore della giusta rappresentanza), o si tratta di dirigismo, cesarismo?

Quel pericolo, l’anomalia che sembrava riguardasse unicamente il Cavaliere? Anche perché, Renzi sta realizzando quella rivoluzione liberale, quelle riforme che lo stesso Silvio avrebbe voluto compiere, e che sono rimaste, per la gran parte, lettera morta, per l’ostilità, il livore ideologico proprio di quella sinistra che ora lascia passare con qualche limitato mal di pancia, i medesimi contenuti. A qualcuno sovviene la famosa devolution, che prevedeva il decentramento di alcune materie dal centro alla periferia (istruzione, polizia locale e sanità), la riduzione dei parlamentari e la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie? 

Ebbene, quella riforma, voluta dal centro-destra e dalla Lega, che avrebbe anticipato la repubblica renziana, fu bocciata dal referendum confermativo, proprio a seguito di una violenta campagna di comunicazione, dove le parole d’ordine meno cruente erano state “la morte della democrazia” e “la violazione della Costituzione”. 

Ma Renzi con gli schemi, le categorie, e la Costituzione ci balla. E dall’approvazione dell’Italicum balla e ballerà da solo. Sa benissimo che se il ventennio che volge alle spalle è stato soltanto un continuo referendum “Silvio sì-Silvio no”, il prossimo decennio sarà contrassegnato dalla scelta “Matteo sì-Matteo no”. E lui, esattamente come Silvio, ci guadagnerà in qualsiasi caso. 

Nell’eterno oscillare dello schema “vittima-leader”. Vittima, se lo attaccano; leader, se deve decidere. Agli italiani dirà sempre che scioglierà le Camere se i conservatori del Palazzo gli si metteranno di traverso (come ha già fatto in occasione dell’Italicum); i suoi oppositori interni ed esterni subiranno ricatti di ogni genere e lui si divertirà a giocare su maggioranze alternative, intercambiabili e sovrapponibili. L’elezione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella è stata emblematica: contemporaneamente è riuscito a pararsi dietro il Patto del Nazareno (con Fi), dietro la sinistra Pd e Sel (patto anti-Nazareno), e dietro i transfughi 5 Stelle. Una cosa è certa: le opposizioni si stanno sciogliendo come neve al sole. La minoranza Pd è un bluff (il teorema “del cane che abbia e che non morde”). Alla prima fiducia, i ribelli si sono divisi: 50 hanno votato a favore e 38 non hanno partecipato. 

E qui Stefano Fassina, ha avuto il merito di azzeccare la migliore sintesi: dichiarando che Renzi, “il rottamatore”, ha cavalcato l’anti-politica meglio di Grillo: “Ci sono due modi per cavalcarla - ha dichiarato - o guardando alla piazza come fa Grillo, o marginalizzando il Parlamento, banalizzandolo, vanificando la democrazia parlamentare e rappresentativa”. Sì, perché da adesso in poi, a detta di tanti, la Camera diverrà una sorta di Cnel, un organismo blasonato, ma decorativo. Sarà un grigio esecutore dell’esecutivo e dei suoi decreti d’urgenza, e decreti-legge. Le altre opposizioni per ora non sembrano poter disturbare il manovratore. A sinistra, Landini non è ancora sceso in campo. Sel è troppo debole e i moderati di centro-sinistra sono di fatto costole utili del Pd. 

Sugli altri versanti, i centristi sono quasi estinti, gli ex aennini sono residuali, Grillo è in parabola discendente, il centro-destra, nel suo insieme, riflette plasticamente il tramonto fisico e politico di Berlusconi, e Salvini è l’avversario ideale di Renzi: un nemico che parla alla pancia del Paese, intercetta la protesta, ma può al massimo arrivare al 30%. Grida tanto ma non governerà. Su tali rovine Renzi edificherà il Partito della nazione, un grande partito-boa libera-progressista, partito-arcipelago, partito destinato a imitare l’egemonia della Dc della prima Repubblica. Renzi ha, infatti, portato il berlusconismo a sinistra e il Pd a destra.
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